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La procuratrice Petra Canonica Alexakis
21.09.21 - 16:42
Aggiornamento: 17:02

‘Alla Palma fu assassinio’. L’accusa chiede 19 anni e mezzo

Giallo di Muralto, la richiesta di pena per il 32enne imputato giunge dalla procuratrice Canonica Alexakis dopo oltre 5 ore di requisitoria

«Qualcuno, in corso d’inchiesta, dell’imputato ha detto che quando avverte un pericolo scappa dalla realtà, dalle proprie responsabilità, inventando bugie ininterrottamente». Fra queste, «c’è quella del gioco erotico finito male. Qui parliamo di un atto di violenza estrema, che sfocia in omicidio. Un gioco è a parità di condizioni. Quella notte non ci fu nessun rapporto sessuale. La ragazza è stata assassinata dall’imputato, che durante un litigio ha perso le staffe. Poi ha occultato la carta di debito della compagna e inscenato un rapporto sessuale, simulando infine l’allarme». Lo ha detto la procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis prima di chiedere, per il 32enne a processo per l’omicidio della 22enne inglese avvenuto all’albergo “La Palma” di Muralto, il 9 aprile 2019, una condanna a 19 anni e 6 mesi di detenzione per il reato principale di assassinio e per le altre imputazioni minori inserite nell’atto di accusa.

«Chi mente ripetutamente deve assumersene la responsabilità – ha affermato la magistrata – così come del venir meno della propria credibilità. L’imputato ha fatto capo a selettivi vuoti di memoria, le sue affermazioni non hanno riscontri oggettivi. Sono le parole di un bugiardo. Nel principio “in dubio pro reo” il dubbio non può derivare unicamente da quelle parole, a maggior ragione se abbiamo a che fare con un mentitore sistematico».

L’inchiesta è stata lunga (19 mesi), faticosa e non semplice, ha ricordato la procuratrice; questo, «anche a causa dell’atteggiamento fastidioso e banalizzante dell’imputato, reticente, soggetto a importanti vuoti di memoria ma autentico fiume in piena quando si trattava di esaltare il proprio io. Non ha mai mostrato alcun rimorso, nessun momento di abbattimento». Un assassinio, dunque, in cui «l’occultamento della carta di credito emerso per caso 4 mesi dopo i fatti conferma che l’aspetto economico ha giocato un ruolo fondamentale nell’intera vicenda».

Quanto agli accertamenti sui corpi della vittima e dell’imputato, la procuratrice ha ricordato che «su di lui sono state ravvisate svariate lesioni superficiali sul corpo, più alcuni tagli alla mano sinistra. Si tratta di lesioni compatibili con graffiature e unghiature inferte dalla ragazza durante la colluttazione per liberarsi dalla stretta al collo». La ragazza presentava invece «lesioni alla bocca e dietro la mandibola, escoriazioni dietro l’orecchio, altre lesioni ecchimotiche ed escoriazioni sul collo, così come alla clavicola, più altri segni in zona addominale e alle gambe e un importante edema polmonare». Ne emerge che «la bocca è stata chiusa con una mano quando la ragazza era ancora in vita. Non voleva farla urlare, il che spiega perché i vicini di camera non hanno sentito nessuna richiesta di aiuto. La pressione a livello del collo è stata tale da fratturare la cartilagine cricoidea». Il tragico risultato è stato «un decesso per asfissia meccanica da strangolamento». E non è ancora tutto: l’imputato avrebbe riempito per metà di acqua calda la vasca da bagno per immergervi il corpo della ragazza senza vita allo scopo di mantenerne alta la temperatura e ritardare l’ora apparente del decesso. «Non è stato trovato del Dna solo perché nell’acqua si disperde facilmente. Ma le impronte dell’accusato sono state trovate sul vetro divisorio della vasca. Cosa ci facevano lì? Lui stesso ha asserito di non aver mai fatto la doccia in quel bagno dopo il trasferimento di camera, chiesto e ottenuto per avere una vista sul lago piuttosto che verso la montagna».

Canonica Alexakis ha poi liquidato la relazione tecnica presentata dalla difesa parlando di «inesattezze ed errori», di un lavoro «fuorviante e inaffidabile, di fatto inutilizzabile ai fini del processo».

Sull’orario della morte (elemento mai chiarito viste le manchevolezze ravvisate anche dal giudice a livello medico-legale), «sappiamo che l’imputato è rimasto in camera con il cadavere almeno mezz’ora, ma forse anche per 2, 3 ore o persino di più. Perché ha atteso così tanto per chiamare i soccorsi? E come ha occupato il tempo? La risposta è che ha pensato a cosa fare, a cosa dire, a come cavarsela, come fuggire da quell’enorme problema. Non poteva scappare, se non metaforicamente sulla via della menzogna. Così ha ideato una messinscena, sfruttando il fatto che la ragazza era oggettivamente disinibita e poteva essere messa in relazione con pratiche erotiche estreme».

Chi era l’accusato quel 9 aprile di due anni fa?, si è chiesta infine la procuratrice. «Era un uomo senza una casa, senza un soldo e senza un lavoro, che fingeva di essere ricco e che stava per essere scoperto. In realtà, era uno spiantato: il suo attivo bancario ammontava complessivamente a poco più di 200 franchi. Lei voleva lasciarlo, privandolo di ogni mezzo economico».

Contrariamente a quanto previsto in un primo momento, gli avvocati difensori Yasar Ravi e Luisa Polli parleranno soltanto a partire da domani mattina. La sentenza della Corte presieduta dal giudice Mauro Ermani e completata dai giudici a latere Monica Sartori-Lombardi e Luca Zorzi è attesa entro la fine della prossima settimana.

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