laRegione
07.07.20 - 18:46

'Ho capito che la Sezione della migrazione non è la Svizzera'

Il viaggio a piedi da Locarno a Berna del richiedente l'asilo curdo Lokman Kadak: 'Quanta solidarietà! Mi avete dato la forza per andare avanti'

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Davanti a Palazzo federale, dopo 280 chilometri a piedi in 14 giorni

«La Sezione della migrazione non è la Svizzera». È in questa semplice ma pesantissima constatazione che si annodano speranza e angoscia di Lokman Kadak, il curdo che da Locarno ha raggiunto Berna a piedi per sensibilizzare l'opinione pubblica, la politica e se possibile anche l'apparato burocratico sulla sua situazione di migrante in cerca di asilo politico. La Sezione della migrazione non è la Svizzera «perché viaggiando - racconta alla “Regione” all'indomani del suo rientro - ho avuto la fortuna di incontrare tanta gente che mi ha capito, con la quale ho potuto parlare. Gente la cui solidarietà mi ha letteralmente dato la forza di andare avanti». Una solidarietà che evidentemente non sempre o troppo poco è contemplata, dalla nostra “macchina dei visti”: la domanda d'asilo è infatti già stata respinta, perché a nulla, finora, sono valsi gli elementi oggettivi che inchiodano Lokman ad un infausto destino qualora dovesse lasciare il nostro Paese. Un ricorso è pendente al Tribunale amministrativo, cui spetta la prossima parola nell'ambito della procedura d'asilo.

La storia di quest'uomo di origine curda è nota: membro del Pkk alla fine degli anni '90, oggi per questo perseguitato in Patria, padre di due figli ancora giovani, si ritrova nel limbo fra un pericoloso rientro in Turchia - o una fantasiosa residenza russa, così come ventilato dalle autorità elvetiche - e la speranza di un futuro ricongiungimento familiare entro i nostri confini. In Turchia, ad aspettare un'apertura elvetica, ci sono Ronia, 12 anni, la figlia, e Suwar, 15 anni, il figlio. Ragazzi che come la madre Nelli hanno passaporto russo ma che in Russia non possono e non vogliono tornare, visti le disavventure pregresse di cui erano stati vittime unitamente a Lokman. L'arrivo dell'uomo in Svizzera risale al settembre del 2018: una fuga (con il passaporto del fratello) visto l'approssimarsi di una scontata condanna in via definitiva - poi giunta, a 6 anni e 3 mesi di reclusione, e proprio per presunta perdurante affiliazione al Pkk - da parte di Ankara. Su quella base, la domanda di asilo. Respinta perchè la sola presenza di un avvocato avrebbe prefigurato il rispetto, da parte delle autorità turche, di una procedura nel quadro dello Stato di diritto.

'Quel sindaco e la ragazza che traduceva'

Da qui, la decisione di un viaggio della speranza, da Locarno alla capitale federale: 280 chilometri a piedi, sacco in spalla, in 14 giorni. Una speranza effettivamente raccolta lungo il cammino: «È stata dura: ha piovuto e ha fatto freddo, specialmente in altitudine, attraversando le Alpi. Ma che persone ho incontrato! Da loro ho preso la forza per arrivare fino in fondo». Ricorda il vecchio sindaco di Albinen, paesello vallesano non lontano da Leukerbad, che ne ha preso a cuore le sorti e l'ha accompagnato fino alla “reception” dell'albergo in cui avrebbe passato la notte; ricorda i contadini che gli avevano dato un tetto in fattoria, «con la figlia che si sforzava di tradurre in inglese quello che cercavano di dirmi»; ricorda i moltissimi gesti di solidarietà, la vicinanza e l'affetto di chi ha voluto ascoltare e saputo capire.

A Berna, la consegna simbolica di una sua lettera di sensibilizzazione sia a Palazzo Federale, sia alla Sezione della migrazione. “Sono venuto in Svizzera perché credo nella giustizia di questo Paese - vi si legge -. Inoltre, ero certo che la Svizzera non mi avrebbe respinto in Turchia visto che tiene conto del principio di “non refoulement” sancito dal diritto imperativo, dalla convenzione di Ginevra relativa ai rifugiati e dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. In Turchia non posso vivere da uomo libero con la mia famiglia”. E ancora: “Volevo ricordare alla Sem che la Turchia è il Paese che fa parte del Consiglio d’Europa con il più alto numero di condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Non capisco come mai la Sem consideri la Turchia come un Paese che rispetta i diritti dei suoi cittadini, quando sono veramente tanti i richiedenti l’asilo che in questi ultimi anni hanno ricevuto protezione proprio perché la Turchia non rispetta a lo Stato di diritto. Negli ultimi anni sono migliaia le persone che nel nome dell’emergenza si sono viste private dei più elementari diritti di procedura; si parla di
giornalisti, professori, giudici e quadri dell’amministrazione che sono stati messi sotto inchiesta per ragioni incomprensibili, spesso sospettate di far parte dell’organizzazione del leader Fethullah Gülen. L’accanimento nei confronti di membri di quest’organizzazione è molto simile a quello che vivono migliaia di curdi in Turchia. Pure il personale dell’ambasciata turca in Svizzera ha dovuto chiedere la protezione della Svizzera”. 

A Berna Lokman ha incontrato anche Amnesty International, che tutte queste cose le sa benissimo e appoggia pertanto Lokman nella sua battaglia. 

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