laRegione
05.09.19 - 15:07

Abusò della figliastra, chiesti 6 anni e mezzo

Per l'accusa l'imputato deve restare in prigione. Per la difesa 'non è un mostro'

a cura de laRegione
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'Non è un mostro' ©Ti-Press

Una pena detentiva di sei anni e sei mesi di carcere. È quanto ha richiesto questa mattina il procuratore pubblico Nicola Respini, nell’ambito del processo che vede imputato un uomo di 60 anni ticinese, e domiciliato nel Locarnese, per un numero imprecisato di abusi sessuali perpetrati ai danni della figliastra, durante un periodo di poco meno di due anni, fra il 2016 e il 2018 (all’epoca dei fatti, la vittima aveva 13 anni). Reati, lo ricordiamo, che l’imputato ha ammesso in parte, malgrado ci siano incongruenze con quanto dichiarato dalla vittima; il suo agire era venuto a galla a seguito della denuncia di un amico della minorenne, con cui lei si era confidata. 

Il processo a carico dell’uomo (in prigione dal 29 agosto 2018) è iniziato ieri davanti alla Corte delle Assise criminali di Locarno (riunite a Lugano), presieduta da Francesca Verda Chiocchetti. Dopo la lunga fase d’interrogatorio e di passaggio in rassegna dei capi d’accusa, il dibattimento è ripreso questa mattina, con la requisitoria del procuratore pubblico Nicola Respini e del patrocinatore della vittima, avvocato Marco Masoni. Respini, in sintesi, ha chiesto una pena detentiva di sei anni e sei mesi (“una pena severa ma corretta”), ritenendo poco credibili le dichiarazioni dell’uomo, considerandolo non  pienamente cosciente degli abusi commessi, benché sapesse benissimo cosa stesse facendo. In aggiunta alla carcerazione, il procuratore pubblico ha chiesto che il 60enne prosegua con la terapia, già avviata durante la carcerazione preventiva. 

Dal canto suo, l’arringa della difesa, rappresentata dall’avvocato Chiara Buzzi, era tesa a sottolineare che, nonostante la personalità fragile e contraddittoria, il suo assistito non è un mostro. L’avvocato, puntando sul pentimento sincero del 60enne, ha chiesto quindi che l’accusa di coazione venga stralciata e che – ritenendo la sua colpa mediamente grave e facendo presente la scemata imputabilità (legata a un disturbo della personalità) – per gli altri reati la pena sia inferiore a quanto prospettato dall’accusa, suggerendo una sospensione della stessa. 

In chiusura di procedimento, all’imputato è stato dato spazio per alcune dichiarazioni: ha colto l’occasione per ribadire il suo sincero pentimento e il grande senso di vergogna per i suoi atti. 

Il dibattimento si è concluso con un riaggiornamento a domani con la sentenza.

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