laRegione
28.11.22 - 12:22
Aggiornamento: 29.11.22 - 09:25

Un amico della 19enne morta: ‘Aveva un grande problema’

Roveredo/Bellinzona, un testimone presente al rave party abusivo parla di ketamina e dice di aver invano proposto al gruppo di allertare l’ambulanza

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«Era una bellissima persona, con tante qualità. Purtroppo si è infilata in qualcosa più grande di lei che l’ha uccisa. Avevamo stretto amicizia un anno fa e più volte l’avevo resa attenta sul fatto che le sostanze che negli ultimi tempi consumava sempre più frequentemente, pressoché quotidianamente si può dire, potevano comportare seri rischi per la sua salute. Sto parlando per esempio della ketamina», anestetico dal forte potere psichedelico.

‘Stava male già sabato sera’

È un racconto dettagliato e drammatico quello raccolto dalla ‘Regione’ da un amico della 19enne del Luganese morta domenica sera all’ospedale San Giovanni di Bellinzona dopo un rave party abusivo organizzato ai piedi della diga della Roggiasca, sopra Roveredo, a mille metri di quota. «Alla fine di ottobre avevamo partecipato insieme al rave di Halloween tenutosi a Monza», maxievento cui hanno preso parte almeno quattromila persone. «Poi – prosegue la testimonianza – sabato ci siamo ritrovati sopra Roveredo, dove lei è giunta con altra gente, non con me». Un centinaio i presenti. Un numero limitato anche considerando che il luogo ha una strada d’accesso molto stretta e non può accogliere molti veicoli. «Già la sera di sabato tutti abbiamo visto che lei non stava bene. In piedi sulle casse della musica, sembrava addormentata. L’abbiamo fatta scendere e accudita accanto al falò acceso per riscaldarci, viste le temperature molto rigide».

‘Temevano di perdere la patente’

Durante tutta la notte – ci viene spiegato – la ragazza è stata assente. Non ha dato segni di ripresa. Così come nell’arco della mattinata. «Nel primo pomeriggio, saranno state le 14, non essendo cambiate le sue condizioni e considerato il suo battito cardiaco sempre più debole, ho insistito sul fatto che bisognava assicurarle un’assistenza adeguata. Bisognava chiamare l’ambulanza. Ne abbiamo discusso, ma purtroppo nessuno dei suoi amici con i quali era salita ha voluto farlo. Il motivo è semplice. Molti di quelli che erano giunti in auto temevano che oltre all’ambulanza salisse anche la polizia e che a seguito di controlli potessero perdere la patente». Già solo questo fatto potrebbe configurare il reato di omissione di soccorso.

‘L’hanno caricata a bordo’

Passano altri minuti «e alla fine alcuni presenti, che io non conoscevo, hanno deciso di caricarla a bordo della loro auto e di portarla da qualche parte, forse all’ospedale. Da lì in poi non ho più saputo nulla, finché ho letto la notizia del decesso. Sono sconvolto». Quattro giovani, come riportato da vari media, l’hanno in effetti accompagnata al San Giovanni per poi andarsene, senza fornire dettagli utili al personale medico. La videosorveglianza dell’ospedale ha permesso di risalire al veicolo e ben presto il quartetto, formato da due ragazze e due ragazzi, è stato identificato. Gli agenti hanno infatti fermato il veicolo con targhe ticinesi verso le 15 di domenica mentre percorreva l’A13 in direzione nord; non è escluso che il quartetto stesse tornando alla diga della Roggiasca. Interrogato dalla polizia grigionese, è poi stato rilasciato. La Rsi ha riferito che la giovane sarebbe stata lasciata su una sedia a rotelle del San Giovanni e che i suoi accompagnatori si sono ben presto dileguati.

‘I genitori erano disperati’

Diplomatasi al Centro scolastico per le industrie artistiche di Lugano, la ragazza deceduta aveva poi iniziato una formazione come pittrice, senza però riuscire a proseguirlo. Si era quindi dedicata ai tatuaggi. «Da quanto mi raccontava, i suoi genitori erano molto preoccupati per lei, per la sua salute e per le compagnie che frequentava. A giusta ragione erano preoccupati – prosegue il nostro interlocutore – perché lei era anoressica, stava in piedi con due mele al giorno. Consumava sostanze ma non beveva alcol. E rifiutava sia di confrontarsi con i familiari, sia di ascoltare i consigli degli amici. Siamo stati in molti a dirle, specialmente durante l’ultimo anno, che stava correndo un rischio sempre più grande. Non poteva andare avanti così. Rischiava grosso. I suoi genitori lo sapevano, erano disperati. Era lei a dirmelo. Ma rifiutava ogni dialogo e tentativo di aiuto, con loro, con noi. Purtroppo è finita nel peggiore dei modi». In suo ricordo, ha sempre riferito la Rsi, alcuni ex compagni hanno allestito in un angolo dello Csia una piccola esposizione con i lavori grafici da lei eseguiti durante la formazione. La Direzione a sua volta si è messa a disposizione degli studenti che richiedessero un sostegno morale in questo difficile momento.

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