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08.07.22 - 05:30
Aggiornamento: 17:30

‘Sfruttamento degli operai e denaro trasferito all’estero’

Le conclusioni dell’Antimafia sui lavori ferroviari italiani in odore di ’ndrangheta e sul Gruppo Rossi con filiale a Bellinzona e già attivo al Ceneri

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Ti-Press

Pochi, sintetici paragrafi per riassumere le accuse penali mosse a carico di ciascuno dei 41 indagati, informandoli così dell’avvenuta chiusura dell’inchiesta e della possibilità di presentare documenti e chiedere interrogatori a loro discolpa. È in alcune delle 55 pagine firmate dalla sostituta procuratrice antimafia di Milano Bruna Albertini – che ha indagato sull’infiltrazione ’ndranghetista negli appalti di manutenzione ferroviaria in Italia – che emerge anche la figura dei fratelli romani Edoardo e Alessandro Rossi. Sono co-titolari del Gruppo Rossi che controlla alcune imprese, fra la cui la Generale Costruzioni Ferroviarie (Gcf) attiva anche in Svizzera con una filiale a Bellinzona. La stessa che, ricordiamo, insieme all’italiana Gefer, pure del medesimo gruppo, faceva parte del consorzio italo-svizzero ‘Mons Ceneris’ che ha partecipato alla realizzazione del tunnel ferroviario del Monte Ceneri, cantiere sul quale a sua volta la Procura ticinese nel 2019, a seguito di denunce presentate da alcuni operai assistiti dal sindacato Unia, ha avviato un’inchiesta penale, tutt’oggi in corso, per presunta violazione della Legge sul lavoro e delle norme di sicurezza.

Le accuse sul cantiere ticinese

Tante le analogie fra quelle denunce e quanto emerge ora dalle carte meneghine. Le prime indicavano la presenza di doppi turni di lavoro dalle 13 alle 20 ore consecutive con 10 minuti di pausa per mangiare un panino in galleria in condizioni inadatte; fino a 20 giorni lavorativi consecutivi senza un giorno di riposo; caporalato con salari taglieggiati nei quali figurano 8 ore al giorno di lavoro anziché quelle fatte realmente; obbligo di restituire parti di salario; 80-90 operai complessivamente impiegati anziché i 130 annunciati nella procedura di richiesta di permessi; lavori effettuati in assenza di misure di sicurezza e protezione; il tutto in barba al Contratto collettivo di obbligatorietà generale che impone un tetto massimo di 48 ore settimanali. Fattispecie che il procuratore ticinese Andrea Gianini è chiamato ad approfondire.

‘Referenti delle famiglie di mafia’

A Milano gli approfondimenti sono giunti al termine (come detto potrebbero seguirne altri) e la sostituta pm Albertini a pagina 15 delle proprie conclusioni scrive riguardo ai fratelli Rossi: le loro ditte italiane Gcf e Gefer sono "destinatarie dirette delle commesse di Rete ferroviaria italiana Rfi (ndr: il braccio operativo delle Ferrovie dello Stato per la manutenzione) per il Nord Italia in regime di monopolio". Poi li descrive come i "referenti da oltre vent’anni delle famiglie di ‘mafia’ Giardino-Nicoscia prima e, ora, anche degli Aloisio". Famiglie affiliate alla ’ndrangheta calabrese "cui vengono assegnate sistematicamente in regime di subappalto mascherato i lavori di manutenzione della rete ferroviaria sull’intero Nord Italia". Il Gruppo Rossi al pari di altre analoghe imprese che si sarebbero spartite le varie regioni della Penisola agirebbe "in assoluta assenza di un benché minimo confronto concorrenziale in gara per l’affidamento dei lavori e forniture da parte di Rfi diretta e controllata al 100% dalle Ferrovie dello Stato italiane". Il tutto "sebbene all’interno di una procedura di gara pubblica disciplinata da un accordo quadro secondo il metodo dell’offerta più vantaggiosa". Il modus operandi? "Attraverso la simulazione di contratti di lavoro autentici – scrive la sostituta pm Albertini – si realizza una somministrazione fraudolenta di manodopera" con tanto di "sfruttamento della stessa". Viene poi citata la "elusione del regime previdenziale e fiscale per siffatti rapporti di lavoro". Quindi la "violazione delle norme in materia di subappalto, tutela del lavoro e anti-mafia".

‘Condizioni disumane’

In sostanza la società distaccante del gruppo malavitoso Aloisio-Giardino "unicamente costituita a questo scopo, mette ‘a disposizione’ della committente il numero di operai richiesto per tutto il tempo necessario all’esecuzione delle opere". Persone che "di fatto lavorano per la stessa committente in condizioni disumane ed economicamente poco vantaggiose per la distaccante (ndr: Gruppo Rossi) che ottiene il mero rimborso dalla distaccataria (ndr: gruppo Aloisio-Giardino) degli stipendi e delle indennità di trasferta dei dipendenti inviati in distacco". Situazione questa "cui pongono rimedio attraverso la stipulazione, insieme al contratto di distacco, di un finto contratto di noleggio di attrezzature attraverso il quale la società esecutrice fittiziamente noleggia beni strumentali alla committente, beni che invece è questa ad acquistare col duplice ulteriore vantaggio patrimoniale da un lato nell’annotazione di costi inesistenti e dall’altro nella formazione di crediti Iva inesistenti utilizzati sistematicamente in compensazione per il pagamento dei debiti con l’Erario soprattutto di natura previdenziale".

Distribuzione dei guadagni illeciti

Questo meccanismo ritenuto fraudolento dagli inquirenti lombardi "ha così alimentato un’ulteriore catena di illiceità, quella del sistematico trasferimento delle risorse su conti esteri difficilmente tracciabili. Cui è seguito il prelievo in contante e successiva distribuzione secondo percentuali predeterminate tra gli indagati". Il tutto "allo scopo di realizzare enormi guadagni e nella consapevolezza da parte degli imprenditori distaccatari di avere come interlocutrici famiglie legate a un contesto criminale di ’ndrangheta" con precedenti penali. Accordi contrattuali, peraltro, sottoscritti con società "perlopiù intestate a prestanomi e addirittura istigandone la costituzione di nuove in modo da poter continuare a garantirsi tale modus operandi illecito, il possesso dei requisiti minimi necessari per la registrazione dei contratti, la sicurezza sui cantieri e l’assenza di proteste da parte degli operai e rivendicazioni sociali da parte di questi". Davvero molte le analogie con le denunce presentate ormai tre anni fa alla Procura ticinese.

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