laRegione
12.04.22 - 18:40
Aggiornamento: 21:17

Calci e pugni alla serata trap di Bellinzona

Sabato fuori dall’Espocentro un sedicenne è stato accerchiato e pestato per una questione futile. Scatta la denuncia. Lo sfogo del padre

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Ti-Press

Non siamo nella desolata periferia di una metropoli ma all’Espocentro di Bellinzona. Dove sabato Mohamed Lamine Saida, in arte Simba La Rue, ha attirato mezzo migliaio di giovani da tutto il Ticino. Una serata riuscita, almeno per chi apprezza le gesta e i testi del tunisino comasco d’adozione, uno che l’estate scorsa con altri due trapper italiani non ha esitato a prendere a sassate gli addetti alla sicurezza di una discoteca milanese che li avevano respinti all’entrata. Risultato: su ordine del questore tutti espulsi per 18 mesi dai locali lombardi. Dettaglio: in quelli ticinesi non solo Simba La Rue può entrare ma anche esibirsi (questa però è un’altra storia). Quello che raccontiamo qui è invece il pestaggio subìto da Guido (il vero nome è noto alla redazione), un sedicenne di Bellinzona che all’Espocentro era andato per divertirsi. Invece è rientrato a casa col naso rotto (nei prossimi giorni sarà sottoposto a un intervento), il volto tumefatto e varie escoriazioni. Una notte e la domenica trascorsi al pronto soccorso e oggi la denuncia in polizia.

Il testimone: colpito più volte al capo

La serata fila liscia fino quasi alla conclusione, fino a quando Guido – ci racconta un testimone – si avvicina a una ragazza chiedendole di restituire un paio di occhiali alla propria amica. Il compagno della ragazza, un giovane del Luganese, non la prende bene e fra i due inizia un alterco. E mentre Simba finisce di cantare "Una condanna, due condanne… C’ho più capi d’accusa che paia di scarpe", il litigio prosegue fuori. Dalle parole passano alle mani e Guido – sempre stando al testimone che corre a chiamare degli amici – cade a terra senza reagire: «Gli si avventano sopra in tre o quattro, attorno ne conto una decina. Quei tre o quattro sferrano pugni e calci al corpo e alla testa, mente nella mano di uno che assiste mi sembra di vedere un coltellino». Chi vede non osa intervenire temendo di dover fare la stessa fine. E poi se gliele danno – scriverà qualcuno sui social – è perché se le merita. All’improvviso Guido riesce a liberarsi e a scappare, ma lo rincorrono e gli rubano zaino e cellulare. Nessuno avvisa la polizia, che interpellata dalla ‘Regione’ si dice all’oscuro. Fino a quando, accompagnato dal padre e col referto dell’ospedale San Giovanni in mano, Guido oggi si è presentato in centrale.

‘Non voglio che questo accada ai vostri figli’

È il padre, per primo, a rendere pubblica la vicenda. Lo fa domenica sera denunciando l’accaduto su Facebook, nel profilo ‘Bellinzona (Nuova Bellinzona)’ la cui amministratrice solitamente pubblica iniziative interessanti per il tessuto sociale turrito. Un testo letto da migliaia di occhi, condiviso e commentato da decine di naviganti. Un appello per tutti i figli e i genitori e che la redazione è riuscita a conservare prima di venire cancellato in attesa che le macchine del sostegno e dell’inchiesta potessero attivarsi. Un testo con le foto del volto tumefatto di Guido. Uno sguardo dolorante e soprattutto triste. "Era felicissimo mio figlio – attacca il padre – quando mi ha salutato ieri sera; gli pagavo il biglietto del concerto. Un premio. Sta studiando molto, sono fiero di lui. Non siamo ricchi. Venti franchi sembrano pochi, ma lui era contento. Verso l’una di notte sento suonare il citofono. Penso abbia dimenticato le chiavi. Mi dice scendi. Mi preoccupo, apro il portone e riesco solo a guardare il suo volto. Zigomi gonfi, naso gonfio, perdite di sangue. Mio figlio. Quello a cui do il bacio sulla testa prima d’andare a letto, avete presente? Quello al quale non posso dire quanto bene gli voglio. Quello a cui non si può spiegare che se si fa male lui, mamma e papà soffrono di più. Piange davanti a me: ‘Mi hanno rubato le chiavi, la sacca, scusa, mi dispiace, ma io non ho fatto niente’. Lo abbraccio. Non potevo piangere anche se avrei voluto. Dovevo, come avreste fatto voi tutti, consolarlo e mostrarmi forte. Lo porto in casa, mi racconta una storia confusa dove nulla può giustificare la violenza subita e le ferite. Andiamo in taxi all’ospedale dove fanno benissimo il loro dovere. Colgo l’occasione di ringraziare pubblicamente il medico di turno e gli infermieri. Alle 3 del mattino saluto mio figlio, lo incoraggio, d’accordo col medico lo lasciamo in ospedale sotto osservazione. Con l’ultimo sguardo che gli do, lo vedo sdraiato con la flebo dell’antidolorifico e il ghiaccio che gli copre interamente il viso. Vado a casa a piedi e finalmente, solo nella notte, piango. È domenica e mentre vi scrivo mio figlio è di nuovo a casa. Siamo stati fortunati. Siamo costretti a dirvi che siamo stati fortunati perché ha solo zigomi, guance, occhi gonfi, escoriazioni sul viso e il naso rotto. Nei prossimi giorni si va in polizia a denunciare. Ora smettetela di pensare a mio figlio. Pensate ai vostri e al loro futuro. Pensate al momento in cui li salutate e, soli o con gli amici, vanno da qualche parte. Pensate a voi stessi, quando li aspettate e non andate a dormire. Pensate al Ticino, il cantone a cui è stato rubato il futuro. Negli ultimi mesi ho letto articoli che raccontavano storie spaventose di ragazzi soli, aggrediti da più persone. Non pensavo potesse accadere a me. Non voglio che questo accada ai vostri figli. Non voglio vi sentiate come me, non voglio soffriate come ho sofferto e soffro io guardando il volto di mio figlio. Credo si debbano chiedere delle risposte. Credo che la nostra democrazia possa sopravvivere nella certezza del diritto ma anche in quella della pena. Credo non ci si debba più abbandonare alla disperazione e alla rabbia, a urla che si spegneranno fino al prossimo pestaggio e ragazzo mandato all’ospedale. Guardate negli occhi i vostri figli, poi guardate gli occhi del mio, proprio quelli che vedete in foto. Agire nella civiltà, agire nel rispetto della legge, ma basta. Basta".

L’organizzatore: ‘Ci vorrebbe più polizia all’esterno’

Gianni Morici organizza concerti live da una vita. Letta la vicenda sui social, ha interpellato la polizia per chiedere lumi: «La denuncia non era ancora stata presentata – spiega interpellato dalla ‘Regione’ – e non mi hanno detto nulla. Però ho colto l’occasione per ribadire che al termine di eventi frequentati da così tanti ragazzi, qualche pattuglia potrebbero inviarla. Il nostro servizio d’ordine sorveglia la situazione all’interno e fino all’area dell’entrata, ma non fuori. Dove la presenza degli agenti a titolo preventivo sarebbe auspicabile, per esempio alle fermate dei bus che solitamente vengono prese d’assalto». Quanto al fatto che un dj espulso da tutti i locali lombardi possa lavorare in Ticino, a Morici non risulta che vi siano limitazioni fra Stati. Il ‘Daspo urbano’ cui è sottoposto Simba La Rue è il ‘Divieto di accedere alle manifestazioni sportive’ che in Italia è stato esteso alla movida dopo la morte violenta di un giovane a Roma nel 2020. Competenti le Questure della Polizia di Stato che decidono autonomamente l’estensione temporale e territoriale nei rispettivi comprensori. Daspo che non ha valenza altrove, tanto meno in un altro Stato anche se confinante. «Siamo stati a cena con Simba e mi è parso un ragazzo a posto», assicura Morici: «Finita l’esibizione lui e gli altri se ne sono andati senza creare problemi. Di sicuro con o senza Simba, con o senza concerti, anche nel nostro bel Ticino non passa weekend che non si registri un episodio di violenza fra giovani». A 14 anni di distanza, l’uccisione di Damiano Tamagni alla Stranociada di Locarno non sembra aver insegnato nulla.

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