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30.03.22 - 05:30
Aggiornamento: 18:05

La Casa DaRe di Ravecchia per ora non deve chiudere

Profughi e migranti: grazie agli aiuti di Cantone e privati l’attività può proseguire

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I migranti in attesa di entrare nella struttura
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"Se entro fine marzo non riceveremo un importante sostegno privato o statale, saremo costretti a chiudere". A lanciare l’allarme, due settimane fa, era stata Lara Robbiani Tognina, presidente dell’associazione DaRe (Diritto a Restare) che ha sede nell’ex scuola di Ravecchia in via Belsoggiorno 22 a Bellinzona. «Chiudere proprio in questo periodo sarebbe davvero un peccato, perché stiamo facendo un importante lavoro anche con le famiglie ucraine che iniziano ad arrivare numerose», fa presente la coordinatrice della struttura. In due settimane già sei famiglie in fuga dalla guerra hanno raggiunto la casa di Ravecchia per ricevere vestiti e fare conoscenza, mentre alcuni di loro hanno anche partecipato a prime lezioni di conversazione in italiano. Per il prossimo incontro sono attese otto famiglie. Nel frattempo, negli ultimi giorni è giunta per l’associazione una buona notizia che fa ben sperare per il futuro: tramite il Programma d’integrazione cantonale (Pic), percepirà un contributo di circa 50mila franchi che le permetterà di coprire diverse spese, tra cui l’affitto dello stabile. Una vera boccata d’ossigeno per DaRe: «Perlomeno non rischiamo più di chiudere a fine mese, come invece temevamo; ora ci sentiamo un po’ più tranquilli», rileva Robbiani Tognina. Anche la grande solidarietà da parte dei privati ha permesso per ora di scongiurare la chiusura del centro.

Aiuti alle prime famiglie ucraine

Da due settimane, come detto, DaRe accoglie anche le famiglie ucraine nei locali dove da cinque anni distribuisce ogni mercoledì vestiti a centinaia di migranti afghani, siriani ed eritrei, ma anche a ticinesi in difficoltà. Oltre agli abiti i volontari offrono una merenda, un pranzo, corsi d’italiano, attività ludiche per bambini. L’associazione mette inoltre a disposizione specialisti per momenti informativi e una sartoria. E funge da infopoint indirizzando le persone negli uffici competenti. Una delle attività per cui l’associazione è più conosciuta è comunque la distribuzione di vestiti: «Anche con i profughi ucraini si tratta del primo passo per creare un legame di fiducia e farci conoscere». La coordinatrice spiega che per ora non sono state concepite attività specifiche per loro, ma in questa fase si valuterà con i nuovi arrivati quali sono le esigenze. «Magari all’inizio vorranno semplicemente stare tranquilli e bere una tisana. L’idea è di fargli capire che qui c’è uno spazio d’incontro e accoglienza e poi, a seconda dei bisogni, costruire insieme le attività da svolgere». Tutti i mercoledì la struttura è aperta agli esterni, che talvolta raggiungono il centinaio; mentre venerdì i volontari smistano e riordinano la merce. Le giornate potranno aumentare se il Cantone accetterà un nuovo progetto di incontri mamma-bambino proposto dall’associazione.

Solidarietà

Smarrimento tra alcune
famiglie ospitanti

In questi giorni la presidente di DaRe ha riscontrato un altro aspetto: la sensazione di smarrimento da parte di alcune famiglie che ospitano i profughi ucraini. «Hanno fatto questo bellissimo gesto di solidarietà mettendo a disposizione la propria abitazione e occupandosi di loro, ma ora alcuni si sentono disorientati», evidenzia. «Spesso un grosso limite è la lingua, perché molti profughi non conoscono l’inglese. Capita anche che i profughi chiedano a chi li accoglie di ospitare altri loro amici, parenti o conoscenti in fuga dall’Ucraina. Chiaramente non tutti hanno spazio e disponibilità economica per mantenere più persone sul lungo periodo». Lara Robbiani Tognina ha ricevuto richieste di diverse informazioni da parte di chi offre un alloggio, nonostante da oltre due settimane sia disponibile una helpline cantonale che risponde alle domande della popolazione ticinese in merito al nuovo statuto di protezione S e, più in generale, ad aspetti relativi all’accoglienza di chi fugge dall’Ucraina. «Dai contatti avuti ho notato che regna un po’ il caos e spesso è difficile ricevere informazioni precise. Per chi ospita sarebbe importante anche poter dire ‘non ce la faccio più’, ricevere ascolto e avere la possibilità di contare su una struttura dove gli ospiti possano talvolta recarsi in modo da lasciare per un’ora o due la casa dove alloggiano». La coordinatrice di DaRe riscontra inoltre anche delle disparità tra Comuni: alcuni mettono a disposizione sussidi per le famiglie ospitanti e altri no. Una situazione di emergenza nuova per il nostro Cantone e ancora in divenire.

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