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Il checkpoint dell’ospedale realizzato nell’autosilo viene preso d’assalto il sabato e la domenica
01.12.21 - 05:30
Aggiornamento: 17:46

Ore di attesa per un tampone e il rischio d’infettarsi

Gestione problematica dell’importante afflusso di persone che nel fine settimana si reca all’Ospedale San Giovanni di Bellinzona per farsi testare

Brutta esperienza per chi ha dovuto sottoporsi a un tampone Pcr per il Covid-19 lo scorso fine settimana all’Ospedale San Giovanni di Bellinzona. Lunghe code, ore di attesa al freddo e la paura di venire contagiati (se non già infetti) a causa della mancanza di distanza sociale in uno spazio chiuso e ristretto. Chi si è recato sabato pomeriggio al nosocomio per effettuare un test ha dovuto armarsi di pazienza. All’imbocco dell’autosilo, al posto di alcuni parcheggi, sono stati ricavati spazi dove vengono accolte le persone che devono farsi testare. Queste aspettano in fila in piedi e sabato, quando le temperature erano peraltro rigide, erano una ventina quelle in attesa. Una volta giunte alla fine della coda, prima di venire tamponate, entravano in una saletta, uno spazio chiuso ma non riscaldato, di dimensioni ridotte. Un’anticamera ristretta secondo chi ci è entrato: due metri e mezzo per lato con all’interno quattro persone che attendevano il turno.

Quattro in una saletta di dimensioni ridotte

La percezione di chi vi è entrato era di disagio: «C’erano persone con forte tosse e altri sintomi in uno spazio troppo ristretto», racconta un uomo il quale prima di entrare nella saletta ha trascorso, raffreddato e febbricitante, un’ora in piedi nell’autosilo al freddo. La permanenza nella sala era di circa mezz’ora a testa, poi si varcava una porta dove un’operatrice effettuava il test. Nella saletta c’erano sia persone vaccinate che non. «Non mi sentivo sicuro in quella situazione anche perché le distanze erano ridotte. Sono risultato negativo al test, ma in quella situazione potrei anche essermi contagiato. Se così fosse lo saprò solo nei prossimi giorni», ci racconta la stessa persona con visibile fastidio. «Sarebbe un paradosso ammalarsi proprio quando ci si sottopone a un tampone», aggiunge. «Alcuni presenti non erano vaccinati: lo so perché lo hanno detto all’operatrice. Dall’altra parte della parete si sentiva tutto e la privacy non era garantita». Una situazione logistica non ottimale sotto vari punti di vista.

Impiegata una sola operatrice

Una volta chiamati dall’operatrice per il test, la sorpresa: tutto veniva gestito da una sola persona. Da sola raccoglieva i dati personali, verificava l’identità di chi doveva essere testato, dopo ogni paziente cambiava camice e guanti e poi effettuava il tampone. Infine consegnava il materiale informativo e spiegava come sarebbe stato comunicato l’esito del test. Una procedura oltremodo lunga, con la conseguenza di una lunga fila in attesa all’esterno. Perciò la domanda è d’obbligo: essendo la recrudescenza dei casi di Covid-19 una realtà, non si è pensato d’impiegare più personale? Questo per evitare che persone già malate siano costrette a sorbirsi lunghe attese, prima al freddo e poi nella saletta.

In settimana il problema non si pone essendo possibile rivolgersi a varie farmacie e studi medici, come anche ai checkpoint Covid riaperti a inizio mese dal lunedì al venerdì (a Bellinzona in via Brunari 2a, di fronte al centro sportivo). Nel fine settimana il nostro interlocutore si era dapprima rivolto alla farmacia di turno del Bellinzonese. La quale lo ha però informato che non consegnando i test al laboratorio durante i weekend, non avrebbe ricevuto l’esito in tempi rapidi. Lo ha quindi indirizzato al San Giovanni. Peraltro, chi il lunedì deve recarsi al lavoro, durante il fine settimana desidera sapere al più presto se sia positivo al Covid o meno. Inoltre, come ricordato dal Dss, per le persone vaccinate con sintomi è necessario effettuare un test Pcr, mentre quello antigenico rapido non è raccomandato.

‘Previsto un potenziamento del personale’

Interpellato da ‘laRegione’ per una spiegazione, Dila Zanetti, vicedirettore dell’Ospedale regionale Bellinzona e valli, fornisce alcune spiegazioni: «Da nostre verifiche confermiamo che lo spazio è adatto ad accogliere al massimo tre persone in attesa, come indicato anche nel cartello applicato all’ingresso della sala». Tuttavia il vicedirettore non esclude che nel weekend possa esservi stata una presenza aggiuntiva non prevista. «Standoci molto a cuore la sicurezza sia dei pazienti che del nostro personale, abbiamo comunque prontamente provveduto nuovamente a sensibilizzare sul numero di persone in attesa», aggiunge Zanetti. Come mai nel locale vi fossero quattro sedie non è dato sapere. Quanto al personale addetto ai test, Matteo Tessarollo, responsabile del servizio di comunicazione dell’Eoc, spiega che è in previsione un potenziamento che andrà di pari passo con la situazione di recrudescenza pandemica.

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