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18.11.21 - 19:42
Aggiornamento: 20:09

‘Dopo 615 giorni è ora di farlo uscire dal carcere’

Processo bis per il 22enne responsabile dei botti di Bellinzona, condannato in primo grado a 3 anni e mezzo di prigione. La difesa chiede 24 mesi sospesi

Pur riconoscendo la gravità dell’esplosione che ha generato più clamore avvenuta la notte del 26 febbraio 2020 sul piazzale delle Scuole elementari sud di Bellinzona, per l’avvocato difensore Niccolò Giovanettina sono troppi i tre anni e mezzo di carcere decisi in primo grado dalla Corte delle Assise criminali presieduta dalla giudice Francesca Verda Chiocchetti. In carcere dal giorno dell’arresto scattato il 13 marzo 2020 dopo l’ultimo ordigno fatto saltare in zona Golena a Giubiasco, il 22enne responsabile delle esplosioni notturne, udite nella regione a partire dal gennaio 2019, è tornato in aula questa mattina di fronte alla Corte di appello e di revisione penale presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Will per un processo bis apertosi con la presa di coscienza del giovane: «Adesso che so come si sta in carcere, so che è un luogo dove non voglio più tornare. In questo periodo ho avuto modo di riflettere e ho capito che gli esplosivi è meglio lasciarli stare. In futuro mi impegnerò a non più occuparmi di questo materiale. Questo è un capitolo chiuso della mia vita», ha affermato il 22enne, ricordando le circostanze che lo avevano spinto a far scoppiare i potenti petardi (da alcuni toglieva la polvere pirica che riutilizzava per confezionare ordigni ancora più massicci) squarciando le notti bellinzonesi: «Ero depresso e durante il giorno non facevo niente – ha detto il giovane, affetto da una turba psichica e con alle spalle un passato difficile –. Quando ce la facevo uscivo con gli amici. Non fumavo, non bevevo, l’unico vizio erano queste robe qui e ammetto che mi sono fatto prendere la mano», ha aggiunto riferendosi alla passione per i fuochi d’artificio nata fin da bambino.

Dopo l’arresto la polizia aveva rinvenuto nella sua abitazione diverse granate fumogene, varie bombole di gas, attrezzatura per saldare e materiale vario per fabbricare le piccole bombe. L’acquisto e l’importazione illegale dei petardi (almeno 26) avvenivano tramite un portale estero. Oltre che per ripetuto uso delittuoso di materie esplosive, in primo grado era stato condannato anche per delitto contro la Legge federale sugli esplosivi, fabbricazione e occultamento di materie esplosive, infrazione alla legge sulle armi e sulle munizioni, ripetuto danneggiamento e discriminazione e incitamento all’odio (per aver indossato al Rabadan un cappotto dell’esercito nazista). Per l’avvocato Giovanettina, i reati per i quali deve essere condannato il giovane vanno limitati al danneggiamento, all’infrazione alla legge sulle armi e sulle munizioni e al delitto contro la legge sugli esplosivi. La difesa contesta in particolare la condanna per uso delittuoso di materie esplosive, reato invece configurato dalla Corte delle Assise secondo cui il 22enne ha ripetutamente messo in pericolo la vita di terze persone (in particolare degli amici che di volta in volta hanno assistito alle deflagrazioni) oltre a cagionare danni alla proprietà altrui, il più delle volte con un agire delittuoso e non riconducibile alla negligenza. «Cinque episodi su sei riguardano botti nel cuore della notte, che nella peggiore delle ipotesi hanno causato danni a un albero per 650 franchi e per i quali l’imputato si è assunto le sue responsabilità − ha detto l’avvocato durante la sua arringa cercando di relativizzare la gravità delle deflagrazioni –. Era da solo, in mezzo al nulla, e si è assicurato di non mettere in pericolo nessuno». Il giovane ha ammesso di essere l’autore materiale di queste cinque esplosioni: la prima, risalente al 2019, riguarda la deflagrazione, in un prato di Galbisio, di un ordigno assemblato con sei petardi contenenti 100 grammi l’uno di polvere pirica inseriti in un contenitore in cartone avvolto con corda e nastro adesivo e con attaccate quattro bombole di gas per fiamma ossidrica per aumentare il potere esplosivo. Seguono – sempre nottetempo – altri eventi simili sfociati nel danneggiamento di pareti e bidoni della spazzatura, come pure di un albero in golena a Giubiasco, vicino al sentiero pedonale lungo il quale un ragazzo stava facendo jogging. «Ma anche in questo caso si è assicurato che il ragazzo fosse ormai lontano prima di accendere la miccia», ha fatto presente il legale, il quale sostiene che l’intento del 22enne era unicamente quello di osservare e documentare (attraverso foto e video) la qualità dei botti dei suoi ordigni.

La ‘bomba delle bombe’ alle Scuole sud

Giovanettina ha poi parlato del caso più grave, ovvero l’esplosione alle Scuole sud che ha causato un piccolo cratere nel campo da basket e danni per 18mila franchi a porte, finestre e muri. Potente la deflagrazione, con detriti propagatisi fino a 30 metri di distanza quando le persone in Città erano numerose essendo in corso il Rabadan. In questo caso la miccia della ‘bomba delle bombe’ – così l’ha definita il giovane, la più grande da lui costruita con 600 grammi di polvere pirica inseriti in un tubo d’acciaio rinforzato con nastro adesivo e una cintura di sicurezza per automobili – era stata accesa da un complice al quale l’imputato aveva consegnato l’ordigno, il 20enne pure condannato l’anno scorso a 16 mesi sospesi con la condizionale. Giovanettina ha esposto la tesi secondo cui il 22enne non era d’accordo a farlo esplodere alle scuole, sostenendo che sia stato l’amico a insistere per scegliere quel luogo. «Il mio assistito non è andato alle scuole proprio perché non era d’accordo. Non poteva immaginare danni materiali o pericoli per le persone. Non è per nulla scontato che lui potesse immaginare il risultato dell’esplosione, tanto più che non sapeva il posto esatto. La volontà del complice non era chiara», ha affermato l’avvocato, sostenendo che il 22enne non può essere considerato correo e dunque battutosi, così come in primo grado, per una pena detentiva di 24 mesi sospesi. In primo grado la Corte aveva acconsentito alla sospensione della pena al beneficio di un trattamento psicoterapeutico stazionario (che il 22enne ha riconosciuto di necessitare) in una struttura specializzata oltre Gottardo. Ad oggi, ha fatto presente Giovanettina, il giovane è però ancora al penitenziario della Stampa e non è ancora stato trasferito, anche a causa delle sue difficoltà linguistiche e di una lunga lista di attesa. «Lo conosco da un anno ma posso dire che in lui qualcosa è cambiato. Ora ha bisogno di aiuto, per cui speriamo gli venga dato in tempi brevi. Dopo 615 giorni è davvero tempo di farlo uscire da quel carcere».

L’accusa chiede la conferma della sentenza in primo grado

«Anche se non è stato l’autore materiale, era perfettamente consapevole e voleva che l’ordigno venisse fatto esplodere alle scuole – ha invece sostenuto la procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis –. Quello che non voleva era farsi prendere dalla polizia, delegando quindi all’amico il lavoro sporco. È solo per fortuna se oggi non è accusato di reati ben più gravi dal momento che quei frammenti avrebbero potuto colpire qualcuno». Per il magistrato – che ha ricordato come inizialmente il giovane abbia negato ogni coinvolgimento, dovendo però in seguito tornare sui suoi passi quando gli inquirenti hanno rinvenuto il suo Dna sulla bomba – va confermata la condanna a tre anni e mezzo di carcere, considerando anche il suo specifico precedente. «La pena non appare affatto eccessiva. La sua colpa non può essere banalizzata, ma dev’essere considerata importante. In più occasioni ha messo in pericolo la vita di altre persone, agendo peraltro reiteratamente dopo essere stato condannato per gli stessi reati solo qualche mese prima». La sentenza è attesa nei prossimi giorni.

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Esplosione nella notte alle Scuole Sud di Bellinzona

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