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Ti-Press
Bellinzonese
14.09.21 - 18:580

Dramma di via San Gottardo, la difesa chiede il proscioglimento

L’avvocata Manuela Fertile fa leva sul principio in dubio pro reo e si batte per l’assoluzione del 40enne eritreo

In un processo bis fortemente indiziario, fa leva sul principio in dubio pro reo la difesa del 40enne eritreo accusato di avere ucciso la moglie spingendola giù dal balcone del quinto piano di una palazzina di via San Gottardo a Bellinzona, la sera del 3 luglio 2017. Davanti alla Corte di appello e di revisione penale presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Will, l’avvocata Manuela Fertile, patrocinatrice dell’imputato condannato in prima istanza a 16 anni di carcere per il reato di assassinio, ha chiesto il proscioglimento del suo assistito da tutti i capi d’accusa al termine di un’arringa che, così come fatto dal procuratore pubblico Moreno Capella (in mattinata il pp ha chiesto 18 anni di carcere), ha ricalcato in buona sostanza quanto sentito dalla Corte delle Assise criminali in occasione del dibattimento andato in scena al Tribunale penale cantonale lo scorso dicembre. La legale ha chiesto la scarcerazione immediata del suo assistito (dietro le sbarre da più di 4 anni) e un risarcimento di 267mila franchi per «l’ingiusto» periodo trascorso in prigione.

La difesa ha nuovamente sostenuto la tesi secondo cui la moglie, che aveva raggiunto il marito in Ticino nel marzo del 2017, si sia suicidata. «Si è trattato probabilmente di un insieme di motivi di natura psicologica – ha detto Fertile –. In Svizzera non aveva trovato la realtà che si immaginava: non conosceva la cultura, era senza amici, con un marito senza lavoro e che non voleva altri figli. Ha affrontato un aborto, l’epatite B che andava comunque curata, un marito inquisitore che minacciava di raccontare alla comunità eritrea il sospetto che la moglie lo tradisse. Era in una situazione di grande stress. Chi ci dice che non ha perso il controllo compiendo un gesto disperato? È possibile escludere con certezza che ciò non si sia verificato?», ha affermato Fertile rivolgendosi alla Corte.

Quanto alla perizia affidata dal procuratore pubblico Moreno Capella all’Istituto di medicina legale dell’Università di Berna (che agli occhi della pubblica accusa risulta un elemento fondamentale a prova della colpevolezza dell’uomo), Fertile ha esposto i propri dubbi, sostenendo che non ci siano sufficienti elementi oggettivi per una ricostruzione fedele. A cominciare, ha osservato, dall’esatta posizione del cadavere che sarebbe stato spostato dai soccorritori, e dal fatto che i test con il manichino (volti a determinare la ricostruzione della traiettoria del corpo in aria) non siano stati condotti dalla medesima altezza del balcone del quinto piano della palazzina di via San Gottardo.

Fertile ha poi contestato la tesi dell’accusa in merito alla posizione della donna sul terrazzo prima della caduta. Secondo la difesa, si sbaglia quando si dice che, prima di precipitare per 18 metri, la 24enne era seduta a cavalcioni sul parapetto del balcone (questo fatto non è contestato) contro la sua volontà. Secondo la legale il suo assistito non aveva nessun motivo per metterla in quella posizione prima di spingerla nel vuoto. Per la difesa le escoriazioni rinvenute sul corpo della donna – che l’accusa reputa compatibili con la posizione a cavalcioni e con il tentativo di aggrapparsi al parapetto per opporsi alle intenzioni dell’uomo – potrebbero essere riconducibili alla foga con cui la donna ha scavalcato il parapetto prima dell’atto estremo. La difesa non ritiene inoltre per niente credibili le testimonianze dei dirimpettai della coppia.

Questo processo, ha concluso l’avvocata riconoscendo tuttavia che la gelosia del suo assistito sia stato un movente servito su un piatto d’argento agli inquirenti, «non ha fornito sufficienti elementi. Il rischio – ha aggiunto rivolgendosi alla Corte – è di cercare di liberarsi da questa angoscia ritenendolo colpevole di assassinio. Sulla scorta degli indizi agli atti potete fare affermazioni di certezza sulla sua colpevolezza?».

Chiesti 50mila franchi per ciascuno dei due figli

Associandosi alla tesi accusatoria del pp Capella, l’avvocata Demetra Giovanettina – legale dell’accusa privata rappresentata dai due figli – ha chiesto la conferma della condanna per assassinio. «Era una donna forte e intelligente, volenterosa di integrarsi in Ticino», ha affermato, sottolineando come la 24enne «non avesse nessun motivo per suicidarsi». Oggi in aula l’imputato, ha continuato Giovanettina, «ha relativizzato il sentimento della gelosia», mentre in sede d’inchiesta «parla apertamente della sua insistenza, del desiderio di controllo sulla moglie e della sua testardaggine. È sorprendente la caparbietà con cui ha sempre negato ogni sua responsabilità nella morte della moglie. Il movente è chiaro: futile gelosia che avvelena la vita della famiglia già da qualche mese». Quanto ai due bambini, trasferitisi Oltralpe dopo i fatti, Giovanettina ha riferito che, dopo le difficoltà iniziali causate da un’elaborazione del trauma lunga e dolorosa, ora stanno un po’ meglio ma necessitano di intraprendere un percorso terapeutico per il quale l’imputato ha dato oggi il suo consenso. La legale ha infine chiesto che venga confermato un risarcimento di 50mila franchi per ognuno dei figli, così come sancito in prima istanza.

‘Vorrei che i miei figli sapessero che sono innocente’

«Piangerò per tutta la vita la madre dei miei figli – ha affermato l’imputato quando la giudice gli ha concesso la facoltà dell’ultima parola –. Sono innocente, non sono un bugiardo. Sono in pace con la mia coscienza. Vorrei solo che i miei figli sapessero che non sono stato io a uccidere la mamma», ha concluso l’uomo che anche in occasione del dibattimento chiusosi oggi non è riuscito a trattenere le lacrime.

La sentenza dovrebbe essere comunicata nel corso della prossima settimana.

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