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Ti-Press/Samuel Golay
Bellinzonese
04.09.18 - 05:500

L’invisibile braccio destro dell’agricoltura

Reportage tra i filari dei pomodori in una serra di Giubiasco per scoprire due storie positive di braccianti

A meno che si passeggi o si sfrecci in bicicletta in determinati orari per le strade del Piano di Magadino, il loro è un lavoro invisibile. Ma è anche grazie alle loro schiene chine sui campi in piena estate e al minuzioso lavoro di scelta e imballaggio che sulle tavole ticinesi si riescono a gustare frutta e verdura locali. Tra i campi e le serre dei contadini si nasconde il mondo dei braccianti, aiutanti stagionali o impiegati tutto l’anno che alle nostre latitudini sono perlopiù stranieri. «Qualche anno fa tra i filari dei pomodori e nei campi dell’azienda la lingua ufficiale era l’inglese», ci racconta Claudio Cattori, titolare dell’Agrotomato di Giubiasco. Ci apre le porte delle sue serre a 11 anni dall’assunzione del primo bracciante richiedente l’asilo. «È stato il primo africano a lavorare per noi», spiega Cattori. Oggi Calistus Edward, 34enne originario della Liberia, è ancora attivo qui. È tra i primi ad accoglierci, con il sorriso che lo contraddistingue. «Quello lì è sempre contento», ci dice un cliente che lo sta aspettando al punto vendita situato all’interno del capannone dove vengono preparate le verdure da consegnare alla Federazione ortofrutticola ticinese (Foft).

Dai campi allo spaccio di verdura

Dopo la “gavetta” nei campi, nel corso degli anni la funzione di Calistus Edward è avanzata e, grazie alla fiducia riposta in lui dai titolari della ditta a conduzione familiare, ora supervisiona la catena dell’imballaggio – dove un gruppo di donne si occupa di scegliere e riporre i pomodori nelle confezioni –, lavora alla vendita e dà una mano laddove è necessario. Lavora tutto l’anno e dal 2015 è in possesso di un permesso B. È uno dei 27 dipendenti dell’Agrotomato, che impiega alcuni svizzeri ma soprattutto gente in possesso di vari tipi di permesso (come B, G o L) proveniente da quasi tutto il mondo e in particolare da Africa, Portogallo e Nord-est europeo, offrendo anche alcuni alloggi aziendali. I primi contatti sono avvenuti tramite Soccorso operaio svizzero (Sos) sezione Ticino – a cui Edward si era rivolto dopo uno stage alla Caritas di Pollegio perché non voleva «rimanere chiuso in casa» –, ma adesso i braccianti stagionali vengono segnalati all’azienda di famiglia in particolare grazie al passaparola.
Nel Foggiano a luglio questa categoria è balzata agli onori della cronaca a causa di tragiche notizie: due gravi incidenti che hanno causato in totale 16 morti verificatisi mentre gruppi di braccianti tornavano o si recavano ai campi. Una vicenda che ha innescato alcune inchieste che vedono alcuni imprenditori accusati di caporalato nei confronti dei migranti. Alle nostre latitudini il settore non è regolato da un contratto collettivo di lavoro, ma i controlli sono frequenti e sono svolti dal reparto Teseu della Polizia cantonale. Dalle cifre fornite alla ‘Regione’ dal Servizio stampa della Polizia cantonale, sono 16 i controlli effettuati finora quest’anno in Ticino (35 nel 2017, 25 nel 2016, 19 nel 2015, 44 nel 2014 e 19 nel 2013). Difficile per contro avere un dato preciso sul numero di infrazioni riscontrate, finendo il numero nello stesso calderone di altre categorie professionali in cui si verificano casi di lavoro nero.

Un ingegnere agronomo del Togo

Addentrandoci nella serra di pomodori situata poco lontano dalla stazione Ffs di Sant’Antonino, ci imbattiamo in Issaka Adourahim. Anche lui lavora all’Agrotomato da diversi anni: assunto nel 2008 da Claudio Cattori, ora a 47 anni è il responsabile dei lavori in serra e dirige un team di persone che si occupano delle piantine. Colpisce – oltre alla sua delicatezza e dedizione al lavoro svolto sugli appositi carrelli che permettono di raggiungere anche i rami più alti – la sua storia. Prima di fuggire dal Togo, ha studiato ingegneria agronoma all’Università di Lomé, ma in Svizzera la formazione non gli è stata riconosciuta. Qui però può mettere in pratica le sue conoscenze. Quando chiediamo a Cattori perché non vengano assunte persone indigene, risponde che i ticinesi cercano degli impieghi che diano più certezze. Invece i braccianti che lavorano per qualche stagione o per anni hanno solitamente l’obiettivo di riuscire a mandare qualche risparmio alla famiglia in patria. «Gli stagionali di solito sono giovani uomini che una volta tornati a casa grazie a quanto guadagnato qui da aprile a novembre possono permettersi di pagare il matrimonio, la macchina, la moto o iniziare l’investimento per la casa». L’agricoltura, ricorda Cattori, è solitamente un punto di partenza. «Lo è stato anche per gli svizzeri che emigravano negli Stati Uniti», aggiunge.

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