laRegione
L’intervista
15.09.22 - 08:01
Aggiornamento: 19.09.22 - 19:48

Noi fratelli di Grand Hotel Coronda

Con Sergio Ferrari ripercorriamo i passi che hanno portato alla pubblicazione delle testimonianze di prigionieri politici argentini fra il 1974 e il 1979

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Sergio Ferrari
Il padiglione 5 oggi
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"Erano le cinque di sera. L’ora della corrida, in Spagna. L’ora delle bastonate a Coronda". Colpivano "con manganelli e cinturoni come fossimo bestie scappate dai recinti"(*). In una cella di poco più di nove metri quadrati, oltre mille prigionieri hanno lottato per sopravvivere al regime carcerario che imponeva loro l’isolamento 23 ore su 24; per uno, due, tre anni. Un’esistenza negata fatta di soprusi, torture fisiche e psicologiche atti all’annientamento e a far passare la voglia di opporsi all’ordine costituito. I più sfortunati non ce l’hanno fatta.

Grand Hotel Coronda. Racconti di prigionieri politici sotto la dittatura argentina, 1974-1979 (Albatros, 2022) – il titolo è eloquente – fa luce su una delle pagine più buie della storia d’Argentina. Quella della dittatura militare e del terrorismo di Stato sotto il potere di Jorge Rafael Videla; quella dei trentamila desaparecidos; quella di oltre 500 bambini nati in prigione e sequestrati; quella di giovani militanti di movimenti popolari – operai, studenti, insegnanti, contadini – incarcerati e divenuti prigionieri politici: in totale più di diecimila, di cui 1’153 furono rinchiusi a Coronda.

‘Locos o muertos’

Nonostante la minaccia di uno dei loro aguzzini "uscirete da qui pazzi o morti", una settantina di quei prigionieri del carcere emblema della repressione di Stato ha deciso di raccontare i fatti. Lo ha fatto in maniera corale, a vent’anni di distanza, pubblicando dapprima la versione spagnola nel 2003 Del otro lado de la mirilla. Olvidos y memorias de ex presos politicos del Coronda 1974-1979; in seguito quella francese nel 2020: Ni fous, ni morts. Prisonniers politiques sous la dictature argentine, Coronda 1974-1979. E ora la versione italiana.


Sergio Ferrari
Augusto, Sergio e Alfredo

Sergio Ferrari è stato uno di quei detenuti insieme ad Alfredo Vivono e Augusto Saro, co-autori e suoi «fratelli di vita» arrivati in queste ore dall’Argentina: i tre presenteranno la pubblicazione italiana in Ticino (informazioni in calce). Ci sentiamo per telefono: una chiacchierata intensa, in cui, con maravillosa cadenza, Sergio racconta l’esperienza della redazione del libro e dell’Associazione civile El Periscopio, impegnata in progetti di sensibilizzazione, proponendo fra gli altri incontri nelle scuole e presentazioni pubbliche. Ricorda soprattutto che la sopravvivenza al carcere è stata possibile grazie a resistenza, solidarietà e ironia, un’arma essenziale contro la spietatezza delle guardie. Un regime in cui la comunicazione era bandita e severamente punita: per parlare fra loro i prigionieri avevano messo in piedi un sistema clandestino di osservazione dei movimenti dei carcerieri (las flores).

Natio di Rosario, il giornalista ha oggi 69 anni – «sono vecchio», commenta ridendo –, ma nella voce ha ancora la forza e la grinta di combattere che spinge, mi muovo nei territori del luogo comune, i giovani attivisti. Giornalista di lungo corso, militante politico e sindacale fin dalla giovinezza, attivo nel mondo della cooperazione e della solidarietà da sempre, Sergio oggi è in pensione ma le attività che lo occupano sono tante e tutte negli ambiti appena citati. E aggiunge: «Ho fatto della memoria e della denuncia il mio lavoro quotidiano».


José Cettour
Interno del carcere

20.840

«A Coronda sono stato detenuto per tre anni, perché ero dirigente sindacale del Fronte studentesco di Rosario, dove all’università mi ero diplomato in Storia generale e antropologia. Dall’Argentina sono stato espulso: dal carcere sono salito direttamente su un aereo e sono atterrato a Zurigo. Ho avuto molta fortuna. Ero un rifugiato politico». L’arrivo di Sergio in Svizzera nel ’79 è stato possibile grazie alla grande mobilitazione per la sua liberazione fatta dal Consiglio ecumenico della chiesa protestante (il padre era pastore) e da Amnesty International.

Da qualche parte nelle pagine introduttive si legge ‘avrebbero potuto chiudere per sempre in un cassetto l’angoscia delle torture, il lutto per i compagni scomparsi, le tremende ferite’. Ma non lo avete fatto e anzi vi siete impegnati in questa grande azione corale, perché?

L’abbiamo fatto perché abbiamo sentito il bisogno di condividere la nostra storia con i giovani argentini. Sulle prime non avevamo capito l’importanza della nostra vicenda, ci siamo resi conto solo dopo che tutto il vissuto della prigione era un tassello importante della ricostruzione storica di quel periodo buio. Anche la società del Duemila aveva bisogno di conoscere questo lato della dittatura, perché la nostra esperienza è stata una sfaccettatura del governo brutale e repressivo che dilagava.

Qual è lo scopo di questa operazione – senza mezzi termini – colossale?

L’esercizio della memoria è il miglior antidoto per evitare la ripetizione della repressione e della sua brutalità. A livello individuale, quasi tutti avevamo fatto un lavoro sulla memoria. Mancava però un racconto corale: tutti dovevano avere una voce affinché il testo fosse una cosa viva. Per noi è stato un dovere nei confronti della società argentina come attori politici ed è stato un lavoro per la verità e la giustizia sociale.

Come è nata l’idea del libro?

È stato meraviglioso. Tutto è successo durante un asado a Buenos Aires con una decina di compagni, nel 1999. Il tema dei nostri incontri è sempre stato lo stesso: Coronda. A un certo punto, un compagno verbalizza quello che da lungo tempo tutti pensavamo: "Credo che sia arrivato il momento di raccontare la nostra storia". È stato un detonante. Dopo aver ricostruito una rete, facendo una sorta di censimento dei compagni che conoscevamo, abbiamo iniziato a raccogliere le pagine scritte e a riunirci in incontri: dalle riunioni contenute fino ai seminari con un centinaio di compagni, a volte anche con le famiglie. Il processo è stato collettivo sin dagli inizi e nel 2003 abbiamo costituito l’associazione civile El Periscopio ("firma" del libro; ndr).

Quello stesso anno è arrivata la pubblicazione, che ha avuto i suoi risvolti, anche giuridici…

All’inizio avevamo un gran timore di dare al pubblico il nostro libro in forma anonima e collettiva, credo che fosse la prima esperienza di questo tipo in Argentina. La testimonianza ha avuto subito molta risonanza, ci siamo resi conto dell’importanza socioculturale della nostra esperienza solo in un secondo momento. La grande svolta arriva quando la nostra opera collettiva ha acquisito valore giuridico ed è stata usata come prova d’accusa durante il processo lungo cinque mesi contro due ex direttori del penitenziario, durante il quale il collettivo si è costituito parte civile. Nel maggio 2018, è arrivata la sentenza con condanna per crimini di lesa umanità. È stata una riparazione morale incredibile.


El Periscopio
Esultanza fuori dal tribunale di Santa Fe

Dalla prima versione spagnola a quella italiana passano vent’anni. Dai fatti, addirittura una quarantina. Perché pubblicarla quindi?

Quando si è presentata la possibilità di una traduzione italiana, ci siamo posti una domanda capitale: c’è un interesse? La risposta è stata affermativa, poiché la forza espressa dalla nostra vicenda, la resistenza unitaria, l’amicizia, la fratellanza come base della lotta e lo humour come base della resistenza sono elementi che non sono legati a un momento della storia, ma hanno valore universale sempre.

El Periscopio, che significato ha questo nome?

Il regime del carcere era brutale oltre ogni comprensione e immaginazione: 23 ore in isolamento, in una cella piccola, senza poter comunicare con i compagni. Ci siamo lasciati trasportare dalla creatività – dovevamo! – e abbiamo costruito dei periscopi. Dietro a piccoli frammenti di vetro applicavamo delle briciole di pane annerite, questi fungevano da specchio: facendoli passare sotto le fessure delle porte, osservavamo i movimenti delle guardie. Era un sistema di controllo ben organizzato: quando i piantoni non erano presenti, nel padiglione iniziava la vita di resistenza, potevamo comunicare rompendo l’isolamento. Quello strumento semplice, ma essenziale è il simbolo della nostra resistenza, solidale e collettiva. Si capisce perché, a distanza di anni, al momento di costituire la nostra associazione non potevamo scegliere un altro nome.


El Periscopio
La facciata del carcere

‘Radio Reja’

Quattro le tappe lungo il Ticino per presentare il libro: Casa del popolo di Bellinzona (15 settembre alle 18.30); Casa Cavalier Pellanda a Biasca (16 settembre, 20), Associazione Rec a Lugano (17 settembre, 18.30) e La Filanda di Mendrisio (18 settembre, 17). Gli incontri sono organizzati in collaborazione da Associazione El Periscopio, Amca, Associazione Rec, Ecolibro Biasca, La Filanda e Syndicom.

Approfondimenti: www.elperiscopio.org.ar.

(*) Tutti i virgolettati sono citazioni tratte dal libro Grand Hotel Coronda.

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