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Woodstock ’99, quando Roma bruciò per la seconda volta

Rome, Stato di New York, luglio 1999: è tutto nei tre episodi di ‘Trainwreck: Woodstock ‘99’, su Netflix (Keystone)
18.08.2022 - 08:45

Storia di un tentativo di riportare in vita la tre giorni di pace, amore e musica del 1969, sfociato in violenze, abusi, incendi e devastazione


Nel luglio del 1999, ‘Roma brucia’ divenne un rimando storico gettonatissimo dai media statunitensi. Ancora lo è, trent’anni dopo. Roma intesa come Rome, la seconda città più grande dello Stato di New York, sede del peggior open air che la storia degli open air ricordi. Nella locale base aeronautica militare dismessa quattro anni prima, riconvertita in parco commerciale e tecnologico, l’imprenditore Michael Lang decise di celebrare il 30ennale della sua creatura, Woodstock, provando a trasferire negli anni 90 i ‘tre giorni di pace, amore e musica’ che nel luglio del 1969 riunirono nelle campagne di Bethel (nello stesso Stato) 400mila persone, forse un milione. Senza fare né morti né feriti.

I fatti di ‘Woodstock ’99’ non sono mai stati ricordati così approfonditamente come negli ultimi anni. Di reportage e frammenti di reportage è piena la rete, ma nei tempi dilatati dello streaming è confluito ora tutto il materiale disponibile. Nel 2021, l’originario motto ‘Peace, Love and Music’, liberamente interpretato, era servito da titolo a ‘Bettlachstock ’99. Peace, Love and Rage’, documentario di Garret Price con la rabbia (rage) al posto della musica; un anno dopo, su Netflix da qualche giorno, c’è ‘Trainwreck: Woodstock ’99’ di Jamie Crawford, tre episodi da un’ora circa l’uno, il miglior concentrato d’idiozia umana a vari livelli.


Keystone
Rome, Stato di New York, luglio 1999


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Bethel, Stato di New York, agosto 1969

La pattuglia della pace

Il 22 luglio del 1999 c’è poca ombra alla base militare di Rome; accamparsi sull’asfalto con 39 gradi è esperienza estrema per chiunque, ancor più se la distanza tra i diversi palchi del megaconcerto ivi organizzato arriva fino a 3 chilometri e mezzo. L’escalation di frustrazione subita dal pubblico pagante a Woodstock ’99 inizia qui; il resto lo fanno la scarsità d’acqua, i bagni pubblici insufficienti, il cibo e le bevande appaltate a società esterne, che negli spazi recintati possono decidere i prezzi da sé: alla fine degli anni 90 il costo medio di una bottiglietta d’acqua si aggira intorno ai 65 centesimi; a Woodstock ’99 arriva a 4 dollari, 12 con l’esaurirsi degli stock.

Tra i servizi appaltati c’è anche quello di sicurezza, rivelatosi puramente simbolico a partire dalla scritta assai peace&love stampata a caldo sulle canotte: ‘Peace patrol’, la pattuglia della pace. Quando, dopo quattro giorni, il pubblico perde definitivamente il controllo nel pit (la ‘fossa’, lo spazio subito sotto il palco), quando tenta di abbattere la torre con sopra mixer audio e luci, quando assalta i punti ristoro vendicandosi dei prezzi da usura, quando dà fuoco ai Tir della produzione – e la mattina del 26 luglio l’aeroporto militare di Rome pare una qualsiasi città bombardata dall’alto –, ‘La pattuglia della pace’ ha già tentato di salvarsi le terga da un po’.


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Woodstock ’99 (nudità)


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Fred Durst, Limp Bizkit


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Flea, Red Hot Chili Pepper, in costume adamitico

I want my Mtv

Centocinquanta dollari d’ingresso, trenta al giorno in pay-per-view su Mtv, sessanta l’abbonamento. Con la produzione che si presenta alle conferenze stampa giornaliere per ripetere che "va tutto bene, è un successo", sin dal primo giorno ‘Woodstock ’99’ è crescendo di violenza di matrici e responsabilità diverse, una festa iniziata male e finita peggio cui qualcuno poco fece per porre un freno.

Per il furore di quei giorni, molte grandi performance musicali sono finite nel dimenticatoio: James Brown, Jamiroquai, Sheryl Crow (bersaglio di bieco maschilismo), Jewel (idem), Alanis Morissette, Dave Matthews Band, Bruce Hornsby, il pacifico Willie Nelson, l’impeccabile Elvis Costello, gli esordienti Muse e molti altri ancora. Ma alla storia di quel concerto sono passati i Limp Bizkit (giorno 2) e i Red Hot Chili Peppers (giorno 3, con il bassista Flea in costume adamitico, prodigo di ‘genital flashing’): sotto accusa, nel caso dei Limp Bizkit, il frontman Fred Durst aizzante la folla e, nel secondo caso, i pacifisti che ai 250mila di Rome distribuiscono candele steariche da accendersi su ‘Under The Bridge’ dei Red Hot, da cui gli incendi, da cui il "Wow, sembra ‘Apocalypse Now’" di Anthony Kledis, cantante.

Si aggiungano Jimi Hendrix proiettato a tutto schermo mentre infiamma la sua Telecaster, si aggiungano le voci circolate per giorni a proposito di un ospite stratosferico per il gran finale. Gran finale che non ci fu: dopo i Red Hot, dopo un "grazie a tutti e arrivederci", il popolo di Woodstock assalta i bancomat, abbatte la torre una volta per tutte, rovescia auto, mette in fuga la troupe di Mtv e dà fuoco a quel poco che ancora resta di ‘Woodstock ’99’.


‘It’s time to let yourself go right now, ‘cause there are no motherfuckin’ rules out there’ (Fred Durst, Limp Bizkit)



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Michael Lang

‘Fisiologico’

"Ho saputo delle accuse di stupro solo dopo il festival". È Michael Lang che parla, uno che nella vita non si è mai negato quando è venuto il momento di commentare i propri fallimenti. Come per Woodstock ’94 a Saugherties, sempre nello Stato di New York, mezzo tracollo commerciale per il quale in molti hanno visto nell’edizione del ’99 il tentativo di rientrare dei soldi persi. In ‘Trainwreck’, l’intervista è antecedente all’8 gennaio di quest’anno, quando il 77enne promoter è passato a miglior vita per malattia, non prima dell’ultimo e definitivo tentativo di organizzare il 50ennale di Woodstock, a due passi dalla fattoria di Yasgur, proprietario del terreno sul quale si tenne l’evento del 1969. Per la cronaca, il 50ennale sfumò a causa del ritiro dei finanziatori, e per l’impossibilità di ottenere dalle autorità locali i permessi.


‘Woodstock ’99 era una piccola città. Tutto sommato, probabilmente ci saranno altrettanti o più stupri in una città della stessa dimensione’ (John Scher, promoter)


"Il modo in cui le donne sono state trattate è orribile. Abbiamo la responsabilità di quello che è successo", dice Lang commentando gli abusi venuti alla luce nelle ore successive alla fine del raduno: almeno cinque stupri, uno di gruppo durante la performance dei Korn, e innumerevoli casi di molestie. "Ma accadde in segreto – aggiunge Lang – accadde nelle tende. Qualcuno diceva nel pit, ma non riesco nemmeno a immaginarlo". Al promoter John Scher, invece, partner di Lang nell’evento, lo stupro pare oggi qualcosa di ‘fisiologico’: "Woodstock ’99 era una piccola città", dice. "Tutto sommato, probabilmente ci saranno altrettanti o più stupri in una città della stessa dimensione. Non lo giustifico, li vorrei tutti a marcire in galera, ma considerando 200mila persone, non è una cosa che abbia guadagnato abbastanza impeto da causare problemi sul posto. A parte le donne alle quali è toccato". Ci sarebbero anche i due morti per colpo di calore e mancanza di acqua, impasticcati oppure no poco importa. Il caso più squallido, che coinvolge una minorenne, lo lasciamo al film.


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Quel che restò della torre

‘Quattro mele marce’

La buonanima di Lang non ha mai cambiato opinione sul disastro: "A few assholes", quattro mele marce. La pensa allo stesso modo anche Scher, come potrebbe essere diversamente. Le immagini d’archivio, a un certo punto, inquadrano tale Duke Devlin, uomo un po’ su con gli anni, attivo nel festival del ’69, la telecamera lo inquadra in mezzo alle macerie: "C’era bruttezza in molte cose", dice. "Quando questa storia sarà chiusa, Woodstock sarà finito. È semplicemente triste, non ho altre parole". Nel 1969, Woodstock nacque nella stessa identica precarietà: il pubblico sfondò le transenne ed entrò gratis, ma al cibo pensarono gli abitanti delle fattorie circostanti, e le voci di quei giorni non riferiscono di violenze. Anzi.

Forse anche a Bethel la gente si tuffò nuda nel fango misto a escrementi, come accadde a Rome quando le tubature dell’acqua vennero divelte, e i bagni chimici debordarono. Ma a Woodstock ’99 non è mai stato peace&love; non erano gli stessi ideali, non erano le stesse nudità, non erano nemmeno le stesse droghe. E nemmeno la stessa melma.


Woodstock 1969, tre giorni di pace, amore e musica

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