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Speciale Ucraina

La fuga da Zaporizhzhya di Olena e Nataliia

Nataliia e Olena nella loro nuova ‘casa’ provvisoria di Solduno

In viaggio per sessanta ore per raggiungere la salvezza a Varsavia. E poi altri due giorni per arrivare a Solduno


In mano stringe il permesso S. All’altro capo del tavolo c’è sua sorella Nataliia, pure lei con il prezioso foglio di carta ricevuto a stretto giro di posta. Nel guardarlo, gli occhi di Olena diventano lucidi. A chi non ha camminato nelle scarpe delle due sorelle ucraine, arrivate in fretta e furia al sicuro, a Solduno, l’intensità di quell’emozione che raccontano i loro occhi nel guardare quel pezzo di carta potrebbe sembrare un’esagerazione. Ma quando entrambe si siedono al tavolo per raccontare la loro storia, il quadro, fatto di sofferenza, paura e tanta incertezza, rende decisamente tutto più comprensibile.


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Sono in molti che attraversano a piedi il confine polacco

È una storia di una vita, stentata sì, ma non di particolari sofferenze. Almeno non fino a quel maledetto 24 febbraio che ha decisamente segnato una fine e un inizio. La fine di quella vita e l’inizio di un’altra, dove parole come incertezza, ignoto e precarietà scandiscono il trascorrere della quotidianità. Un prima e un dopo.

Il passato

Muratrice a Mosca, badante in Italia

Iniziamo allora dal prima. Olena ha una figlia di 24 anni, che da cinque anni studia all’Università in Polonia. È una mamma divorziata, che per poter pagare gli studi alla figlia ha fatto di tutto. «Per due anni ho lavorato a Mosca. Sui cantieri, come muratrice. Mi facevo magari venticinque piani di scale con in spalla sacchi di cemento – racconta quella donna dal fisico così minuto che a stento si riesce a immaginarla sollevare un peso simile –. A dire la verità, a pensarci ora, non riesco nemmeno io a credere che riuscissi a farlo... –. E, di certo, ora non ci riuscirei più. Ma dovevo farlo: da noi non è come in Italia, o qui, in Svizzera, che l’ex coniuge deve provvedere al mantenimento del figlio. Col divorzio, la figlia è diventata un ‘affare’ mio. Così mi sono rimboccata le maniche: volevo che potesse studiare, che si potesse costruire una vita, così ho fatto di tutto. Benché avessi studiato da sarta, ho fatto due volte quaranta giorni il muratore a Mosca, portando sacchi di cemento anche per parecchi piani. Poi questa opportunità non c’è più stata. Per fortuna, aggiungo, perché non so quanto sarei resistita fisicamente. Non avevo nemmeno avuto il coraggio di raccontare a mia madre cosa stessi facendo. Quando sono tornata, dopo quaranta giorni, ero magrissima. Mi ha chiesto dove fossi stata, e solo allora l’ho informata».

Poi l’Italia. «Chiuso il capitolo Mosca, dovevo trovare qualcosa di diverso, ma comunque indispensabile per poter tirare avanti. Così sono arrivata in Italia, in Lombardia: lavoravo qualche mese come badante e poi rientravo in Ucraina, poi di nuovo un po’ in Italia e di nuovo a casa. È durata circa tre anni». In Italia conosce anche Fabio, un ticinese, che poi diventa il suo compagno. «Era un lavoro logorante, giorno e notte, quasi ininterrottamente. Così, tre anni fa, sono rientrata in Ucraina. Dovevo sottopormi a una terapia alla tiroide. E dovevo anche ‘staccare’ un po’, così niente televisione, niente di niente... L’idea era comunque di tornare, prima o dopo, per lavorare ancora un po’, e infatti avevo lasciato a Fabio una valigia piena di miei vestiti, ma poi ci si è messa di mezzo la pandemia».

I contachilometri prodotti in Polonia e Repubblica Ceca

Nataliia, invece, in Ucraina è maestra d’asilo. Qualche anno fa, cinque o sei, ha però anche lei deciso di cercare più ‘fortuna’ all’estero, «in Repubblica Ceca e in Polonia. Ho lavorato per qualche anno in Repubblica Ceca e in Polonia», precisa, in russo, quest’ultima, appoggiandosi sulla sorella maggiore per la traduzione. «All’estero si guadagna di più e ci sono più possibilità di lavoro. Ma il mio diploma lì non è riconosciuto, per cui ho dovuto fare altri lavori. In particolare ho lavorato nel reparto spedizione di una ditta che fabbricava contachilometri delle automobili per mandarli in tutto il mondo. Era un lavoro logorante, con turni anche di dodici ore, giorno e notte, sempre in piedi... Ma la paga era buona. Per legge, potevamo lavorare per tre mesi, e poi dovevamo rientrare a casa per altri tre mesi. Avevo smesso di lavorare a dicembre, e dunque presto sarei potuta tornarci». Ma quel dopo, appunto, non è mai arrivato: ad arrivare, invece, è stata la Russia con i suoi carri armati...

Il presente

Il brusco risveglio del 24 febbraio

Quanto narrato da Olena, 47 anni compiuti da poco più di una settimana, e Nataliia, 44enne, racconta di una vita tranquilla, è infatti un ‘prima’ che ora non c’è più (e che difficilmente tornerà). «Veniamo da una regione dove bene o male, complice la vicinanza con le regioni di Lugansk e Donetsk, da anni c’erano un po’ di tensioni – prosegue Olena in buon italiano, quello appreso in Italia –. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe scoppiata per davvero una guerra». Una convinzione che si sgretola però all’alba di quel drammatico 24 febbraio, quando la Russia dà avvio all’invasione dell’Ucraina. «A informarmi che la guerra era iniziata è stato Fabio. A casa non avevamo la televisione. Lì per lì, quando quel 24 febbraio mi sono alzata e ho letto il messaggio di Fabio sul telefono che mi informava che da noi era scoppiata la guerra ho pensato a uno scherzo... O, almeno, che il conflitto concernesse unicamente le regioni di Donetsk e Lugansk». «Ma quando abbiamo capito che invece tutto il Paese era coinvolto, beh, allora abbiamo iniziato a renderci conto della gravità della situazione», le fa eco Nataliia.

Nel rivivere quei momenti, le emozioni riaffiorano. E la voce di Olena e Natalia si fa anche più tremolante. Soprattutto quando mostrano sul telefono la mappa dell’Ucraina, dove mostrano la città in cui sono nate e dove vivevano fino qualche giorno fa. Zaporizhzhya, regione che geograficamente a nordest ha Lugansk e Donetsk, e a sudest la Crimea... «Già, quel pezzo di terra che a Putin mancherebbe per collegare le tre regioni e garantirsi così l’accesso diretto al Mar d’Azov», sottolineano le sorelle.


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La centrale nucleare di Zaporizhzhya

Di Zaporizhzhya, la loro città natale, i più hanno sentito parlare soprattutto a partire dal 4 marzo, quando l’offensiva russa ha preso di mira (anche) l’omonima centrale nucleare, la più grande d’Europa. Fino a quel giorno, la vita di Olena e Nataliia, e di gran parte dei circa 800mila abitanti, scorreva più o meno normale. La centrale nucleare, lì a un centinaio di chilometri da casa, l’hanno costruita quando Olena e Nataliia erano ancora bambine. Qualche anno prima dell’incidente di Chernobyl. «Eravamo piccole, e dunque non ci rendevamo ancora ben conto di cosa significasse un incidente nucleare – osserva la più grande delle due sorelle –. Lo abbiamo capito anni dopo, quando se ne sono viste le conseguenze; tutte quelle malattie e le persone morte... Ma la presenza della centrale di Zaporizhzhya non ha mai condizionato la nostra vita. Nemmeno in quei giorni immediatamente successivi al 24 febbraio». «C’erano le sirene anti-aeree, che a volte suonavano anche per tre o quattro ore di seguito, e le conseguenti corse nei rifugi, ma per il resto in quei giorni non abbiamo notato cose particolari – riprende Nataliia –. Niente carri armati, militari o aerei nei cieli. La guerra c’era, lo sapevamo, ma non lì, non da noi. Nell’aria non c’era l’eco delle bombe, se non quella volta che hanno preso di mira l’aeroporto fuori dalla nostra città. Era comunque uno stress: la situazione era tesa; c’era paura, paura di qualcosa che poteva capitare da un momento all’altro. E poi, di giorno, quelle sirene, più volte, che ti costringevano a trascorrere molte ore nel rifugio, mentre la sera, tutto si spegneva: alle 19 scattava il coprifuoco, e dovevamo restarcene chiusi in casa. Spenta l’illuminazione nelle strade, spente anche le luci di casa; al massimo potevamo rischiarare l’ambiente con una candela o con la luce del telefono. Lì, in quelle ore della notte, si diceva che carri armati e militari russi percorressero le vie della città. Ma noi non abbiamo mai visto niente: non potevamo andare in strada o accendere una luce per vedere, e, poi, eravamo esauste: vivere così ci logorava; a quel punto di notte volevi solo dormire e basta...».


‘Ai tempi della Seconda Guerra mondiale i nostri nonni combattevano al fianco con i russi sotto un’unica bandiera. Ora, invece, si fanno la guerra l’un l’altro. No, io questo conflitto proprio non riesco a capirlo’.


Per un attimo, Olena smette di raccontare. Tira un sospiro e scuote la testa... «Questa guerra proprio non la capisco. I russi sono come nostri fratelli, lo erano prima e per me lo sono ancora adesso. Non posso capacitarmi io, ma nemmeno i nostri nonni, quelli che tutti assieme, sotto un’unica bandiera, combattevano fianco a fianco nella Seconda Guerra mondiale, e che invece ora si fanno la guerra l’un l’altro; no, questo proprio è difficile da capire...».

La partenza

Il tempo di radunare pochi effetti personali e poi la fuga

Infine la decisione di partire. Sofferta, soprattutto per Nataliia: «Zaporizhzhya è la mia città, la mia casa. Appena possibile ci farò ritorno». Impossibile però restarci ora. Così proprio quel 4 marzo in cui a fare da sfondo ai combattimenti viene a trovarsi la centrale nucleare di Zaporizhzhya, Elena e Nataliia iniziano il loro interminabile viaggio che le porterà al sicuro, in Svizzera. Ma solo una settimana dopo. «Mia figlia, in Polonia, mi sentiva di frequente. Era molto preoccupata. Continuava a dirmi di partire, di raggiungerla. Così lunedì 28 febbraio, ci ha preso i biglietti, per il venerdì successivo».


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Il terminale del tram a Zaporizhzhya

Nel cuore della notte, in fretta e furia: 4 ore prima dell’ora inizialmente fissata per la partenza; alle 2 anziché alle 6; giusto il tempo di radunare gli effetti personali e via verso l’ignoto... «Quella notte abbiamo preso il tram per la stazione, una delle due della città, Zaporizhzhya 1 (l’altra, Zaporizhzhya 2, è poi stata colpita da una bomba, assieme a una mini ferrovia per i bambini, ma a quanto ci ha riferito nostra madre è ancora in funzione). Lì c’era una marea di persone: qualche giorno prima avevano deciso che per le persone in fuga dalla guerra i treni sarebbero stati gratuiti, per cui in tantissimi hanno cercato di lasciare la città; solo madri e figli, però... C’era gente i coda da cinque o sei ore. Io e Nataliia siamo state fortunate: il tram si è fermato proprio davanti alle porte del treno, e una volta che queste ultime, come per miracolo, si sono aperte, siamo state tra le prime a salire!».

‘Sul treno eravamo come sardine’

«Sul vagone stavamo come sardine: invece dei 48 consentiti, un’addetta del personale ferroviario ne ha contati addirittura 136», sottolinea Nataliia, prima di cedere nuovamente la parola alla sorella: «Non sapevamo nemmeno con esattezza dove andasse. Solo ‘a Ovest’ ci avevano detto. E questo bastava: per noi significava avvicinarci al confine con la Polonia, con la salvezza». Il viaggio è stato quasi interminabile: «Per arrivare a Leopoli abbiamo impiegato 26-28 ore. Ci siamo fermati in tutte le stazioni, e ogni volta fuori c’era un’infinità di gente in attesa, ma non sempre le porte del treno si aprivano: eravamo già stipatissimi nei vagoni». La voce di Olena inizia a tremare al ricordo, e poi, in singhiozzi aggiunge: «Ricordo una mamma con un bambino, in una stazione, che quando ha capito che su questo treno non sarebbe riuscita a salire, disperata, ha preso un sasso per picchiare sul vetro. Ma niente, il treno è ripartito... Era affranta pure la responsabile del treno. Una scena che non avevo mai visto e che non voglio mai più vedere in vita mia».


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Vagoni affollati in partenza dall’Ucraina. In quello che ha portato Olena e Natalia a Leopoli c’erano 136 invece di 48

La prima tappa di questo interminabile viaggio porta Olena e Nataliia a Leopoli. «Lì siamo scesi dal treno; in strada hanno acceso un fuoco per permettere alle persone raffreddate di scaldarsi un po’: faceva molto freddo... Recuperate un po’ di forze abbiamo preso un bus che ci ha portati fino a ridosso del confine con la Polonia, dove abbiamo potuto mangiare qualcosa grazie a una cucina da campo. Ci siamo arrivate che saranno state le 5 del pomeriggio».

Il viaggio delle due sorelle doveva però proseguire in direzione di Varsavia, «dove mia figlia ci avrebbe recuperate. Ma di gente che aspettava il bus per la capitale polacca ce n’era troppa. Dopo cinque ore di rincorsa ai vari bus, io non avevo più le forze: sono rimasta a guardia dei nostri effetti personali mentre Nataliia ci provava ancora... Ero allo stremo. Alla fine abbiamo deciso di andare a riscaldarci da qualche parte. Verso la una di notte, mia figlia mi ha chiamato per dirci che aveva organizzato un minibus con dieci posti che avrebbe preso noi e altre presone per portarci dall’altra parte del confine. Ma in strada, lì a ridosso del valico, ci siamo nuovamente trovate di fronte una folla immensa in attesa dei bus, e così e abbiamo dovuto aspettare fino alle 6; per scaldarci ci hanno dato delle coperte. Una volta saliti sul minibus, siamo arrivate al confine. Proprio nell’ora di pausa; ma per fortuna eravamo sul bus ad aspettare, perché fuori faceva parecchio freddo... Le pratiche doganali sono andate via velocissime: niente controllo bagagli e solo il tempo di un timbro sul passaporto: il 6 marzo eravamo in Polonia». Dove Olena e Nataliia hanno potuto riabbracciare la figlia, rispettivamente la nipote: «Col suo compagno sono venuti a prenderci subito vicino al confine. In auto ci ha infilato cuscini e coperte. A quel punto, finalmente, abbiamo capito di avercela fatta. In auto, Nataliia è subito crollata nel sonno, io poco dopo».


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Uno dei centri poco di accoglienza poco dentro il confine polacco

Il loro viaggio è durato altre sei ore, per concludersi alle 16 di domenica 6 marzo. «Una volta arrivate, ci siamo fatte una doccia e siamo andate a dormire. Era la sola cosa che desideravamo». Dalla figlia di Olena ci restano fino a mercoledì sera, giorno del compleanno di Olena. Poi l’indomani la nuova partenza, stavolta per Monaco, e da lì in bus (dopo altre tre ore di attesa) fino in Ticino. «Dove grazie a Fabio abbiamo trovato una sistemazione per il primo mese, a Solduno. Siamo arrivate venerdì 11 marzo, e tre giorni dopo siamo andate a Chiasso per registrarci al centro rifugiati». Il loro sguardo si ferma sulle due buste lì sul tavolo: dentro c’è il permesso S appena arrivato da Berna. «Ma io, appena possibile, in Ucraina ci tornerò: lì ho la mia casa, la mia vita», spiega Nataliia.

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