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Così un mix di sostanze chimiche danneggia il cervello dei bimbi

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Veleni che passano dalla madre al nascituro e causano ritardi dello sviluppo del linguaggio. Sostanze presenti ovunque e agiscono insieme. Come difenderci


Pesticidi, plastiche usate per bottigliette d’acqua, vaschette per cibi, ma anche cosmetici, vernici delle nostre case: ogni giorno siamo esposti a un mix di sostanze chimiche (perfluoroalchiliche (Pfas), bisfenolo A e ftalati e altri) che penetrano nel corpo umano attraverso acqua, cibo, aria. Queste sostanze sono ovunque e – già lo sospettavamo – non sono salutari. Ora grazie a uno studio internazionale, finanziato dalla Commissione europea e pubblicato da Science, scopriamo un fatto inquietante: l’esposizione a questo mix di sostanze durante le prime settimane di gravidanza ha un effetto negativo sullo sviluppo del linguaggio del nascituro. Attraverso la placenta e l’allattamento, le donne possono trasferire questi ‘veleni’ al nascituro, aumentando il rischio di deficit neurologico.

Questa ricerca ha implicazioni enormi e pone le basi per una revisione delle politiche nazionali e internazionali sul rischio chimico, finora basato solo sull’esame di singole sostanze e non di loro miscele. Allo studio, guidato dalla ricercatrice zurighese Joëlle Rüegg, specialista di tossicologia ambientale e professoressa all’università di Uppsala (Svezia), hanno partecipato altri 13 centri internazionali. «Finora, le valutazioni del rischio fanno sempre solo riferimento a una singola sostanza chimica considerata isolatamente. Tuttavia, questo approccio trascura gli effetti dell’esposizione simultanea a diverse sostanze», sottolinea l’esperta. Singolarmente queste sostanze rientrano tutte nei limiti di legge, ma quando agiscono insieme diventano pericolose a tal punto da intaccare lo sviluppo del cervello del nascituro. Il punto è che nessuna legge considera il loro effetto combinato. «Non possiamo evitarle, difenderci, perché sono ovunque. Solo norme più severe possono tutelarci. La politica deve intervenire per ridurre l’esposizione».


La ricercatrice zurighese Joëlle Rüegg, specialista di tossicologia ambientale e professoressa all’università di Uppsala (Svezia)

Seguite duemila donne svedesi

«Parliamo di sostanze chimiche che fanno parte della categoria dei perturbatori endocrini, ce ne sono migliaia, ne abbiamo scelte 15», precisa la ricercatrice. Sono molecole che alterano la normale funzionalità ormonale. Ci entriamo in contatto nella vita quotidiana attraverso imballaggi di plastica, tessuti idrorepellenti o rivestimenti in teflon. «Il reclutamento è partito nel 2007. Nella prima fase del progetto abbiamo seguito duemila donne, dall’inizio della gravidanza fino all’età scolastica dei figli. Alla decima settimana di gravidanza abbiamo rilevato nel loro sangue e urine 15 sostanze chimiche ma solo otto erano associate a un ritardo nello sviluppo del linguaggio dei loro figli». I bambini che sono stati più esposti a queste sostanze nell’utero hanno un rischio significativamente più alto di disturbi del linguaggio. Ma non solo. «I primi ritardi linguistici possono avere altre conseguenze: in questi bambini, i problemi di linguaggio a 30 mesi erano associati a un quoziente intellettivo (Qi) inferiore alla media all’età di 7 anni».


Alla decima settimana di gravidanza abbiamo rilevato nel loro sangue e urine 15 sostanze chimiche ma solo otto erano associate ad un ritardo nello sviluppo del linguaggio dei loro figli


I veleni passano dalla placenta

Oltre la metà dei neonati è entrato in contatto, attraverso la placenta della madre, con concentrazioni pericolose di queste sostanze. Non è ancora chiaro che cosa favorisce una maggiore o minore accumulazione di questo veleni nel sangue della madre: «Alcune donne ne hanno di più, forse per il loro stile di vita. Ad esempio, non abbiamo osservato differenze significative tra donne che vivono in città o in campagna o che fanno lavori diversi», precisa la professoressa.

Per i ricercatori era fondamentale accertare e replicare anche in altro modo il legame tra questi ‘veleni’ e i deficit neurologici nei nascituri. «Questo mix di sostanze chimiche è stato testato su animali, su organoidi cerebrali (parti di cervello in miniatura cresciute in laboratorio grazie alle cellule staminali) rivelando di interferire con la produzione di vari ormoni, influendo così sullo sviluppo del cervello dei bimbi nell’utero, favorendo ritardi cognitivi», aggiunge Rüegg. Problemi comportamentali che stanno aumentando tra i bambini. «Le cause possono essere diverse, ma sospettiamo che i prodotti chimici giochino un ruolo importante e le cause ambientali si intreccino a quelle genetiche», precisa.

Dalla ricerca alle leggi

Evitare queste sostanze onnipresenti (dalle plastiche che contengono acqua e cibo alle vernici delle nostre case e a diversi cosmetici) e difendersi a livello individuale è praticamente impossibile. E allora? «Deve diventare una priorità per le varie autorità mettere dei paletti, abbassare le soglie di sicurezza attuali delle sostanze chimiche tenendo conto degli effetti tossici delle molecole se combinate tra loro», dice la tossicologa. Dagli anni 60 queste sostanze vengono testate una a una sugli animali per fissare i limiti di legge. Questo approccio, dimostra oggi la ricerca di Science, non basta a proteggerci.

Numerosi studi attestano che cambiamenti a livello di regolamentazione sarebbero appropriati. Appena l’anno scorso, studiosi guidati da Serge Nef, dell’università di Ginevra, hanno presentato una ricerca sulla rivista Human Reproduction, secondo la quale i perturbatori endocrini a cui una donna è esposta durante la gravidanza sono associati a una peggiore qualità dello sperma nei suoi figli. L’attenzione si è concentrata in particolare su pesticidi, ftalati e metalli pesanti.

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