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L’ultimo urlo di Maradona: immorale, immortale

È un miracolo che Maradona sia lì e da miracolato esulta.

A Usa ’94, dopo il suo gol alla Grecia Diego grida contro la telecamera: è l’immagine simbolo dell’ennesima rinascita mancata


Nell’estate del 1994 il video di quell’azione viene trasmesso di continuo in televisione. Un video sgranato dal Foxboro Stadium, l’inquadratura dall’alto di un’erba che sembra particolarmente scura e sopra quel prato i calciatori argentini, vestiti di blu, danzano intorno ai calciatori greci, vestiti di bianco. Una certa luce cupa della televisione, una manomissione violenta del contrasto, rimanda una sensazione macabra intorno alla partita, da rito pagano. E i calciatori argentini, confuse macchie blu inchiostro che si stringono e si spandono nell’immagine, sembrano in effetti posseduti.

Si avvicinano all’area di rigore della Grecia, in zona centrale, passando per i piedi di un calciatore che più di tutti ha cercato di trasformare il calcio in una seduzione, Fernando Redondo. Coi capelli lisci stirati all’indietro e la maglia numero 5 - numero che per una lettura esoterica è la metà del 10, il sole - passa la palla d’esterno al compagno più vicino. Quel compagno è Diego Armando Maradona, che invece ha la maglia numero 10 ed è il sole.

Anatomia di un gol

“El pibe de oro” restituisce la palla a Redondo con un tocchetto malizioso, e Redondo, come dentro un ipnosi, non può far altro che toccarla ancora di prima a Caniggia. Coi capelli dal biondo incenerito, ha già salutato i giorni migliori della sua carriera. Tocca la palla appena, quasi facendosela sbattere addosso, e poi si scansa, come se si sentisse un accidente di troppo in quell’azione, una di quelle in cui i calciatori più tecnici parlano fra loro un linguaggio inaccessibile agli altri. Una treccia di passaggi che ispira una treccia di parole in Victor Hugo Morales, che in telecronaca si spende nell’impossibile rincorsa della parola sull’azione. Quindi la palla torna a Redondo, che vede Maradona libero al limite dell’area, e non può far altro che dargliela. Maradona ha 33 anni e il suo corpo ha perso la leggerezza mercuriale dei suoi anni dorati, quando nel gol all’Inghilterra sembrava correre qualche centimetro sospeso da terra. È più spesso e tozzo, si muove con più rabbia ed elettricità, come se la sua corsa in campo - il modo sensuale in cui fluttuava col pallone tra i piedi - avesse assorbito i suoi dolori, i suoi dispiaceri, diventando più ruvida. Maradona se la sposta sul sinistro con un tocco secco, e il tiro non possiede la dolcezza maliziosa dei suoi gol: è una bastonata netta sul primo palo. Il portiere nemmeno si butta, sporge solo un po’ il collo per guardare meglio.

È il gol del 3-0 della partita d’esordio al mondiale di Usa ’94, è un miracolo che Maradona sia lì e da miracolato esulta: con le braccia larghe, i palmi delle mani aperti, la fascia da capitano al braccio come residuo inevitabile della sua storia, digrigna i denti e grida forte, più forte dello stadio stesso come a volerlo inghiottire nel suo urlo. La telecamera stacca e lo vediamo avvicinarsi alla nostra quarta parete con la bocca spalancata e gli occhi spiritati che sembrano volerci incenerire, pieno di una felicità prosperata nella rabbia. È giusto un attimo, prolungato dal trucco del ralenti, prima che Maradona scuota la testa come un cavallo, ed esca dall’inquadratura mostrandoci le vene gonfie del collo.

Un giocatore (in)finito

Tre anni prima Maradona era un giocatore finito. La polizia aveva dato appuntamento ai giornalisti fuori dalla sua casa di Buenos Aires per fotografarne la caduta. Lo avevano tirato fuori sovrappeso e con la barba sfatta, icona del proprio fallimento: arrestato per detenzione di cocaina, rilasciato 48 ore dopo. La foto, però, decreta che il suo declino è ormai completo.

Due anni prima di quella partita contro la Grecia, era tornato in campo dopo la squalifica per doping. Ma tornato dove? Nessuno lo voleva, ma il mondiale negli Stati Uniti non poteva fare a meno di Maradona, bisognava restituirlo al calcio in qualche modo. C’è un lavoro enorme di mediazione, tra la Fifa, Carlos Biliardo, il Napoli e il Siviglia, la squadra che poi lo accoglierà per provare a rilanciarlo. Maradona si presenta col mullet, la maglia oversize del Siviglia lo fa sembrare stanco e trascurato, ma pur sempre pronto a fare ombra alla squadra e alla città, sempre più grande di ogni cosa. A Gianni Minà aveva confessato: “Non mi drogavo per giocare a calcio ma per scappare dal calcio”. Il suo cameo andaluso dura un anno, una Mercedes sfasciata, un inseguimento con la polizia, un detective messogli alle calcagna dal club per limitarne la voracità notturna.

Riportando tutto a casa

Siviglia non era il posto buono per rimettersi in sesto. Torna in Argentina, a casa, al Newell’s Old Boys. È una sua versione asciutta e militaresca, col mullet tagliato e i capelli rimasti ormai induriti, lontani dalla morbidezza fanciullesca dei suoi esordi. Gioca qualche mese, cinque partite, a febbraio scioglie il contratto e inizia la preparazione a Usa ’94. Fernando Signorini, il suo preparatore atletico, lo porta in un casolare desolato della Pampa, lontano da ogni distrazione. Inizia un allenamento feroce, in cui Maradona suda tutto il dolore; quando è in crisi d’astinenza da cocaina Signorini gli mette un sacco da boxe davanti e lo lascia sfogare. L’Albiceleste deve fare una tournée in Giappone prima di partire per gli Usa, ma a Maradona viene negato il visto per i precedenti penali: «I giapponesi sono proprio imbecilli» commenta Diego. Arriva al Mondiale tirato a lucido, asciutto e in forma come non lo era da almeno quattro anni, a fare da chioccia a un gruppo di talenti mostruoso: Batistuta, Ortega, Simeone, Balbo, Chamot, Sensini, Redondo.

Redenzione interrotta

Nel momento in cui Diego Armando Maradona segna quel gol alla Grecia, la sua sembra diventare una storia di redenzione. Il vecchio campione che si prende tutte le rivincite che può contro un mondo cinico che aveva provato a cancellarlo. Ma nella storia tarda di Maradona ogni rinascita contiene già in nuce il suo fallimento.

Nella partita successiva, contro la Nigeria, Caniggia segna una doppietta e tutto sembra essersi rimesso a posto. Dopo il fischio finale, però, Maradona non può tornare da solo negli spogliatoi; entra in campo una ragazza vestita di bianco, un’infermiera svizzera che è lì per prelevarlo. Maradona le offre la mano e camminano sorridenti verso il controllo antidoping. Ancora una volta si cerca di teatralizzare al massimo la sua caduta. Il referto, e poi le contro-analisi, stabiliscono la positività non alla cocaina, ma all’efedrina, una sostanza che riduce il senso d’affaticamento, doping quindi. Maradona si difende: “Mi sento forte e preparato, è stato il lavoro a trasformarmi cosi, non una sostanza proibita e d’altronde non ho certo bisogno di stimolanti per aumentare il mio rendimento. Avevo giurato a mia moglie e alle mie bambine che non mi sarei più drogato e ora giuro sulle mie figlie di non aver preso nulla di quanto mi è stato addebitato. Nel calcio purtroppo c’è anche gente che fa schifo: non si tratta un uomo come mercanzia”.

Sull’episodio, negli anni, viene ricamata tutta una narrazione del complotto; Abel Balbo per esempio crede che sia stata la Fifa a farlo fuori: “È l’unica volta nella storia che un’infermiera va a cercare un giocatore dentro il campo per fargli l’antidoping. Ma poi il tempo ci ha dato ragione, nella Fifa c’era qualcosa di abbastanza losco”.


Keystone
Abel Balbo: ‘L’unica volta nella storia che un’infermiera va a cercare un giocatore dentro il campo per fargli l’antidoping’

L’angelo caduto

Nell’estate del 1994 il video del gol alla Grecia viene trasmesso a ripetizione e con malizia, nei servizi dei telegiornali che raccontano della sua squalifica estremizzando il moralismo. Il fermo immagine del suo primo piano addosso alla telecamera è diventato l’icona della sua immoralità, come se quella fotografia riuscisse a imprigionare il suo lato oscuro, il suo vuoto. Oggi è passato un anno dalla sua morte, e col tempo abbiamo imparato ad apprezzare le sfumature e la complessità della storia di Maradona. Usa ’94 poteva essere una delle grandi parabole di rinascita con cui i grandi campioni danno prova della durevolezza eterna del proprio talento, irriducibile al tempo. È stato invece il momento più triste della sua carriera. Quel fermo immagine, senza moralismi, continua a sprigionare una luce oscura irresistibile, tipica di Maradona, della sua figura da angelo caduto. Uno di quei momenti che, per riflesso, restituisce maggiore intensità ai suoi picchi di grandezza, alle sue felicità, confermando il suo statuto umano e divino.

L’analisi

Il kamaloka di Diego Armando Maradona

di Daniel Ritzer

Gli antroposofi lo chiamano il ‘kamaloka’, quel luogo a cavallo tra la vita e la morte in cui l’essere in transito prova su di sé tutte le emozioni (positive e negative) che ha suscitato sulle persone con le quali ha avuto a che fare durante la sua esistenza. Non sappiamo se i produttori della serie di Amazon Prime ‘Maradona, sogno benedetto’ abbiano letto o meno la ‘Teosofia’ di Rudolf Steiner, ma la docu-serie che ripercorre in dieci puntate un pezzo della vita del più grande calciatore di tutti i tempi inizia proprio lì: sono i primi di gennaio del 2000, Diego traballante sulle spiagge di Punta del Este (una specie di Saint-Tropez sudamericana), reduce da giorni di eccessi di ogni tipo, è vicino al collasso. Poco dopo entrerà in coma e verrà trasportato di urgenza in una clinica della località balneare uruguaiana dove resterà ricoverato per due settimane prima di essere trasferito a Buenos Aires. Riuscirà quindi a schivare la morte quella volta, una morte che ritroverà poi vent’anni dopo, il 25 novembre 2020, in circostanze penose: solo, in un letto sporco, senza cure, senza la minima coscienza di essere stato Diego Armando Maradona.

Il crollo del 2000 è il punto fisso della serie Amazon: Maradona è in coma, e mentre i medici lottano per tenerlo in vita, lui vede passare davanti ai suoi occhi tutta la sua vita.

Si parte da lontano, da Fiorito, da un’infanzia povera, ma povera davvero. Siamo alla prima delle dieci puntate di questa produzione che mescola preziose immagini di archivio con una fiction interpretata a tratti in maniera brillante, a tratti in modo un po’ imbarazzante.

Il primo episodio, appunto, è la chiave per cercare di comprendere la parabola di Diego. Maradona è un “villero”, un “cabecita negra”, un bambino nato in una sorta di favela, dove la precarietà è estrema. Quinto di otto fratelli (il primo maschio), vive in una casetta misera senza acqua corrente insieme al padre, alla madre e ai suoi sette fratelli. Il pallone è il suo unico giocattolo. ‘Maradona, sogno benedetto’ ci azzecca nel fare vedere al mondo le strade piene di fango di Villa Fiorito, strade dalle quali sorgerà colui che sarebbe diventato uno degli uomini più famosi del pianeta.

Quindi Diego che entra nei ‘Cebollitas’ (la sua prima squadra) e che fin da subito fa capire di essere un prodigio, tanto che la televisione dell’epoca va a cercarlo nel suo quartiere per quella che sarebbe stata la sua prima intervista, quella della famosa frase: “Il mio primo sogno è giocare il Mondiale, il secondo è vincere il campionato con l’Argentinos Juniors”, in cui viene tagliata l’ultima frase “il campionato con l’Argentinos Juniors” durante il montaggio, lasciando negli archivi della storia una dichiarazione che sembra quasi una premonizione.

La serie incorre anche in diversi errori storico-temporali, il più eclatante riguarda la morte di Juan Domingo Peron, il ‘general’ deceduto nel 1974 (con Diego, nato nel 1960, quattordicenne). Non si capisce perché invece su Amazon un Maradona undicenne abbracci suo padre sconsolato per la notizia della scomparsa del grande leader, ma tant’è. In effetti la serie a più riprese cerca di tracciare dei parallelismi tra la vita di Maradona e la storia politica dell’Argentina. Un paragone poco riuscito a dire il vero e in parte non necessario. Molto più proficuo invece è il contrasto tra il Diego di Fiorito, umile, timido, generoso, e il Maradona grottesco di Punta del Este; oppure con quello di Barcellona (arriva verso metà stagione) che, assaporando la fama, comincia a degenerare. Siamo nei primi anni Ottanta: Maradona ha il mondo ai suoi piedi, ma quei piedi sono ancora sporchi di fango. E se da un lato, come gli dice Menotti (grande interpretazione dell’attore argentino Dario Grandinetti) il ‘non dimenticarti mai da dove vieni è ciò che ti rende differente sul campo’, dall’altro Diego non ha le risorse per riuscire a gestire tutto quel potere che, a un tratto, ritrova davanti a sé. Maradona vive male il periodo catalano, tra l’epatite e un’entrata criminale del basco Andoni Goikoetxea che lo terrà fuori dai campi per quasi un anno. Diego si riprende ma viene allontanato dal Barcellona per il suo carattere irriverente, poco adatto agli standard della città catalana di quegli anni.

Prossima fermata: Napoli. Ma prima di lasciare la Catalogna, Diego incontrerà lei, quell’ostinata droga che si è messa di mezzo tra lui e il pallone. “È vero che se sniffi una volta diventi tossico per sempre?”, chiede Maradona a una sua ospite che sta tirando coca in bagno. Purtroppo per lui andrà proprio così.

È anche vero che la parte fiction della serie tv può essere considerata una semplice scusa per rivedere ancora e ancora quel genio che fu dentro al campo di gioco. Si prova addirittura fastidio guardando quelle scene di un Maradona volgare che si perde progressivamente tra i vizi di una vita privata fuori controllo.

Ma Diego è stato quello che è stato, dentro e fuori i campi da calcio. Probabilmente non avrebbe potuto esistere l’uno senza l’altro.


Keystone
Il mito di un’intera nazione

Oggi, a un anno esatto dalla sua scomparsa, Amazon pubblica in tutto il mondo l’ultima puntata del ‘Sogno benedetto’. Quella in cui Diego toccherà il cielo con le mani a Messico ’86, e subito dopo col Napoli, portandolo a vincere il suo primo scudetto. Nel frattempo la sua vita privata andrà avanti sfasciandosi sempre di più. Anche se ci saranno molti altri capitoli nella sua carriera (il secondo scudetto e la coppa Uefa col Napoli, Italia ’90, il grande e tragico ritorno per Usa ’94), da lì in poi ogni singolo passo lo porterà fino a quel bruttissimo epilogo del 25 novembre 2020. Una morte triste e solitaria che fa a pugni con l’immagine del fenomeno che fu Diego Armando Maradona giocando a calcio.

Non bisogna però farsi ingannare dagli errori e dal declino, tanto meno da una serie tv. Fuori ne combinò di tutti i colori, è innegabile. Ma con una palla tra i piedi Diego fu capace di rendere felice un intero popolo. Nel bene e nel male, fu tutto vero.

Resta il fatto che se le cose stanno come le raccontano gli antroposofi, il kamaloka di Maradona sarà stato piuttosto intenso. Come la sua vita.

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