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Stati Uniti
 

11 settembre, vent'anni di macerie e cicatrici

((Keystone))

Alcune riflessioni su quegli attacchi che per un attimo erano parsi un incidente, e su quello che venne dopo, con uno storico che c’era


New York City, 11 settembre 2001. Non era dovuto a un incidente, quel gran fumo denso che poco prima delle 9 di mattina iniziò a uscire da una delle ‘torri gemelle’ del World Trade Center. Non era stato un aeroplanino da turismo, come si pensò inizialmente, a schiantarsi in quei colossi alti più di 400 metri, che dal 1973 e divenute subito meridiane per l’orientamento cittadino. Cosa stesse davvero succedendo divenne chiaro una ventina di minuti dopo, quando le telecamere inquadrarono un aereo di linea lanciato sulla seconda torre. Un terzo colpì quel giorno il Pentagono; un quarto si schiantò in Pennsylvania – probabilmente prima di raggiungere il Campidoglio di Washington – dopo una rivolta dei passeggeri. I ‘sottopancia’ di tutte le televisioni del mondo, che quel giorno sospersero la programmazione ordinaria, recitavano in varie lingue la stessa cosas: ‘America under attack’, America sotto attacco. Alla fine della giornata i morti furono 2'996, inclusi i soccorritori travolti dalle torri che il calore degli schianti aveva fatto collassare, coprendo Manhattan in una coltre di polvere.

Venne fuori quasi subito che quegli aerei li aveva dirottati l’organizzazione islamista Al Qaeda. Il barbone e il turbante del suo leader – quell’ Osama Bin Laden ucciso dai Navy Seal solo nel 2011 – ne fecero l’icona di una lotta senza quartiere contro ‘tagliagole’ e ‘Stati canaglia’, una guerra asimmetrica che portò gli Stati Uniti a combattere proprio in Afghanistan, ma anche in Iraq: nel primo caso per distruggere i ‘santuari’ di al Qaeda, infilandosi in vent’anni di nation building conclusi con l’imbarazzante ritirata del mese scorso; nel secondo per rovesciare il regime di Saddam Hussein, accusato di sostenere il terrorismo ma anche – falsamente – di possedere armi di distruzione di massa. Da mesto inizio, insomma, nessun lieto fine.


(Keystone)
C’è polvere sulla gente che cammina, polizia e passanti, bianchi e neri, uomini e donne. Sembrano fantasmi. La polvere si è posata sulla pozza di sangue ormai secco, sulla scarpa da donna abbandonata, sulla brioche al formaggio che nessuno ha mangiato" (Pete Hamill)

Il passante e lo storico

Quella mattina di settembre, a New York, c’era anche Mario Del Pero. Lo storico, che oggi insegna a SciencesPo, si stava recando nel suo ufficio alla New York University. «Ricordo che vidi la prima torre incendiata e mi precipitai in una cabina telefonica per chiamare mia moglie in Italia. Mentre avevo la cornetta in mano vidi schiantarsi il secondo aereo. Corsi ad acquistare una macchinetta fotografica usa-e-getta, una di quelle gialle della Kodak che si usavano ancora ai tempi, cercai di avvicinarmi, feci qualche foto. Fu allora che vidi cadere le torri e mi ritrovai coperto di polvere, come tutti d’altronde. Mi ci volle un po’ di tempo per riuscire a raggiungere i colleghi, coi quali cercammo di dare un senso all’inimmaginabile».

Da persona che l’ha vissuta, Del Pero ricorda «l’atmosfera spettrale nei primi giorni dopo l’attentato, ma anche l’enorme senso di solidarietà diffuso e la rapidità della rinascita: a Natale si notava già un certo ritorno alla normalità». Da storico, però, il giovane ricercatore dovette anche registrare «una grande ubriacatura nazionalistica che investì tutti, da destra a sinistra. Al comprensibile orgoglio di una nazione che si rialza e si rimbocca le maniche si unì la chiamata alle armi, l’interventismo dettato dall’amministrazione di George W. Bush». L’allora presidente Usa e la sua amministrazione pretesero di rispondere al più grave attentato di sempre su territorio americano «con guerre intrise di velleità palingenetica, l’idea insomma che si dovesse e potesse rigenerare con le armi il sistema internazionale, per renderlo più sicuro e perfino più democratico».

 

‘Una notte della ragione’

L’idea veniva da lontano: i neoconservatori, «falchi liberal convinti che la missione dell’America fosse far valere valori universali in tutto il mondo», fornirono buona parte dell’alibi ideologico per le guerre in Afghanistan e in Iraq. «I neocon erano per molti versi la nemesi del realismo kissingeriano. Già dai primi anni ’70 dicevano che le dittature andavano combattute e non blandite, che gli affari coi Sauditi avrebbero creato mostri, i quali poi si sarebbero ritorti contro gli stessi Stati Uniti. Per certi versi accadde proprio con Al Qaeda: l’11 settembre diede dunque l’imprimatur al piano neocon per esportare la democrazia.» Se già l’America clintoniana pareva innamorata delle guerre umanitarie – purché costassero poco in termini di coinvolgimento sul terreno e vite umane, come in Kosovo –, con Bush «la torsione nazionalista ed eccezionalista, rafforzata dall’enorme differenza tra le in stile Kosovo forze in campo, si fece parossistica». Parliamo d’altronde del presidente che parlava di “un tempo di opportunità per l’America”, pensava di fare la guerra mentre tagliava le tasse e agli americani diceva di non pensarci troppo. Del Pero ricorda un’esortazione che la dice lunga: «Bush diceva ai suoi concittadini ‘Andate a Disneyworld in Florida. Portateci le famiglie, godetevi la vita come merita di essere goduta’». Andò a finire nel pantano di quelle guerre asimmetriche che hanno ucciso oltre 7mila soldati Usa, in un clima di sospensione delle libertà segnato da una serie di tappe: l’introduzione del Patriot Act, che con la scusa della lotta al terrorismo rafforza la sorveglianza di chiunque e permette, ancora oggi, la detenzione senza processo e a tempo indeterminato di cittadini stranieri; l’utilizzo del megacarcere cubano di Guantanamo come ‘discarica’ per presunti terroristi; la tortura tramite waterboarding, una sorta di simulazione d’annegamento; le extraordinary renditions, veri e propri rapimenti internazionali di sospetti terroristi, effettuati anche con la connivenza di Paesi alleati.

 

Dall’arroganza al cinismo

Resta qualcosa di quel periodo? «Purtroppo sì», risponde Del Pero. «Non l’illusione di poter esportare la democrazia, ma di certo l’idea che sfide straordinarie giustifichino strumenti straordinari. Un sentimento che ancora domina l’opinione pubblica americana: per questo neppure Barack Obama è riuscito a chiudere Guantanamo, che contiene ancora una quarantina di prigionieri perlopiù mai formalmente incriminati e si era riempito di persone dai 14 a 90 anni, molte consegnate agli Usa da tribù afghane senza particolari prove. Per la stessa ragione resta in vigore il Patriot Act. L’idea è che gli Usa siano ancora in una guerra difensiva giustificata dagli attacchi dell’11 settembre, una guerra a bassa intensità fatta ormai con quei droni che lo stesso Obama utilizzava in Yemen. La bonarietà di Joe Biden non deve ingannare: negli Usa coesiste con questo eccezionalismo disincantato.».

Per Del Pero «questo è il risultato di un’esperienza che si è conclusa, vittima della sua stessa hybris, lasciando un Paese cinico, spaventato, ostile rispetto al mondo. Un Paese che non si illude più di veder trionfare nel mondo libertà e diritti umani, ma è pronto a difenderli per se stesso anche nei modi più spregiudicati». Una sorta di inacidimento globale, simile a quello che «ha investito anche il mondo sull’onda della crisi della globalizzazione, della quale l’11 settembre e la crisi finanziaria del 2008-2009 hanno segnato i principali momenti di inceppamento».

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