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L’anarchica Reitschule e la sua belligerante autogestione

Keystone
24.06.2021 - 05:30

Nonostante i ricorrenti episodi di violenza, i bernesi hanno sempre salvato dalle ruspe il centro autonomo, una palestra sociale, culturale e politica


Eccolo, un mosaico di graffiti copre l’imponente edificio grigio, che stona con il paesaggio urbano, il centro autonomo della capitale federale lo vedi dal treno, appena prima di arrivare alla stazione di Berna. Un pugno nell’occhio. Ci avviamo verso la Reitschule, comunemente chiamato l’ex maneggio, che alcuni considerano la roccaforte dell’estrema sinistra, mentre altri giudicano un’importante palestra culturale, un laboratorio per nuovi stili di vita urbani. Da 34 anni è il cuore pulsante della scena autonoma e alternativa. Minacciata più volte dalle ruspe cittadine, ha avuto un destino diverso dall’ex Macello a Lugano, vediamo come mai. 


Il portone d'entrata chiuso recita le regole di vita all'interno

Trovare l’entrata non è evidente. Supero uno skatepark, mi avvio verso il piazzale, vicino al viadotto dove passano i treni: c’è una imponente porta nera ricoperta di scritte in inglese, riassumono le regole della casa. “Qui cerchiamo di risolvere i conflitti senza violenza, senza razzismo, senza sessismo… abbiamo rispetto degli altri e della casa”. Accanto c’è un orologio delle stazioni ferroviarie che sembra matto, le lancette saltellano dove vogliono, riprogrammato forse per seguire un tempo alternativo. Attorno a un albero, ci sono blocchi di pietra dai volti grotteschi. Le mura a graticcio e le torrette fanno pensare a una fortezza, l’enorme portone è chiuso. Una donna entra, la seguo, dentro l’atmosfera cambia. C’è un ampio corridoio-galleria arredato da graffiti e tavolini, in fondo si vede un cortile, dove si affacciano l’entrata di un cinema, un teatro, una tipografia, una falegnameria, vari bar. Tutto è accogliente e tranquillo, i mattoni chiari del cortile sono ricoperti da piante rampicanti. Si avvicinano due ragazzi del gruppo media: Reto, sulla quarantina e un ragazzo più giovane, non mi dice il suo nome: “Scriva un attivista della Reitschule”. 


“All’inizio tutte le porte erano aperte, ora abbiamo un sistema di sicurezza elettronico che dà accessi selezionati a chi usa gli spazi’


Reto mi fa strada, saliamo sopra il ristorante e sbuchiamo in una grande sala multiuso, dove un gruppo sta provando una performance, al piano terra visitiamo la tipografia (profuma di carta), accatastate tante borse appena stampate; accanto c’è il teatro Tojo, è vuoto come il cinema, per via della pandemia. Reto cerca le chiavi per entrare. «All’inizio tutte le porte erano aperte, ora abbiamo un sistema di sicurezza elettronico che dà accessi selezionati a chi usa gli spazi». È molto gentile, discorrendo arriviamo alla falegnameria in pieno fermento. Saliamo una scala e facciamo capolino nel ‘Frauenraum’ dove un gruppo di donne sta facendo un seminario. Si respira freschezza in questo vivace contenitore autogestito di subcultura cittadina.

Scontri e accordo con la città

Nonostante i ricorrenti episodi di violenza, i bernesi hanno dimostrato un grande attaccamento alla Reitschule, difendendola dalle ruspe in diverse votazioni. «Qui ho imparato a discutere, ad accettare le decisioni della maggioranza anche quando la penso diversamente. Vent’anni fa abbiamo deciso di sottoscrivere una convenzione con la città, non ero d’accordo, pensavo avremmo perso la nostra anima, i nostri valori, ma è stata la decisione migliore per la Reitschule, oggi lo capisco», racconta Reto, attivista dal 1999. L’accordo contiene diritti e doveri del centro autonomo, sancisce che Berna si assume le spese di affitto annuali e parte dei costi accessori (dal 1999 al 2004 è stata rinnovata, costo: 13 milioni di franchi). «Lo stabile è della città e il contratto va rinnovato ogni 4 anni, una nostra delegazione discute con le autorità. I delegati vengono decisi dall’assemblea e restano in carica un anno», precisa. Intanto l’altro ragazzo ci ha raggiunti, portando il caffè, ci sediamo tutti e tre a un tavolo nel cortile, attorno tante piante sistemate in copertoni colorati. Mi spiegano come fanno a far quadrare i conti: «Qui abbiamo ben 800 manifestazioni l’anno, un ristorante ben frequentato e tanti bar, ogni bevanda alcolica è tassata, così da pagare le fatture. Inoltre, le varie attività (cinema, teatro, falegnameria... ndr) sono gestite dai collettivi che pagano qualcosa per l’uso degli spazi». Di fatto, l’alcol finanzia la cultura.


Uno dei bar dove le bevande sono tassate per pagare le fatture, l'alcol paga la cultura 

È come un’azienda ma ogni attività, anche la più piccola – come mettere nuovi fiori nel cortile – viene decisa dall’assemblea, che conta circa 500 persone. La parte operative è affidata a due gruppi: uno coordina (ha 2 rappresentanti per ogni collettivo delle varie attività) e l’altro mette in atto le decisioni. Entrambi si ritrovano una volta a settimana. «Qui ciascuno può dire la sua, ogni opinione conta e alla fine si trova insieme un compromesso. Il motore non sono i soldi, ma l’energia delle persone. Sperimentiamo un modo alternativo di funzionare, mentre la destra vorrebbe omologare tutto», precisano.

Nella tipografia si stampano anche borse


Il teatro è rimasto fermo per la pandemia 

‘È brutale quanto successo a Lugano’ 

La distruzione dell’ex Macello non è passata inosservata. «È brutale e triste vedere come le ruspe l’hanno distrutto. Tutte le città hanno luoghi di sperimentazione, auguriamo a Lugano di lasciar fiorire queste attività culturali alternative», commentano. Anche la Reitschule è stata ed è un terreno di scontro politico, di contestazione, un luogo spesso teatro di retate di droga. Il suo nome rimbalza spesso da un quotidiano all’altro quando nelle immediate vicinanze le manifestazioni sfociano in scontri con la polizia. «La polizia viene qui quando devono formare nuovi agenti, qui fanno esercizio, qualcosa trovano sempre», commenta sarcastico Reto. «La droga c’è qui come in altri luoghi della città», ribadisce l’altro attivista. Serrando i suoi portoni probabilmente lo spaccio verrebbe spostato altrove in città. Da qualche tempo, è stata installata una sirena, che avvisa quando sbarcano le camionette della polizia. «Qui vengono persone di tutte le età, i nonni a teatro e i nipoti al concerto. Ci sono generazioni di bernesi che frequentano la Reitschule da oltre 30 anni. Molti hanno un legame intimo coi suoi locali visto che vi hanno trascorso innumerevoli serate», dicono.


Durante la pandemia, il ristorante della Reitschule ha cucinato pasti per chi era in difficoltà


 

Il legame con la popolazione è davvero forte. Durante la pandemia, spiegano, il ristorante ha cucinato pasti per chi era in difficoltà. «Ogni giovedì si preparava cibo per cento persone e un’associazione qui vicino lo distribuiva ai poveri». Il ristorante della Reitschule negli anni ha formato generazioni di cuochi e camerieri.

Mentre lascio questo luogo di anarchici e coraggiosi sognatori, esuberanti che non accettano nulla tanto facilmente, ripenso alle parole dei due attivisti. «Qui si deve poter vivere in modo diverso dal resto della società». Non una fuga ma una sperimentazione. 


L'uscita, una porta aperta con la città

La storia, quando volevano farci un centro sportivo

Era il 20 giugno del 1980 quando a Berna, il movimento di contestazione rivendicava un centro giovanile autonomo, prima al vecchio deposito dei tram, poi alla Reitschule. A fine 1981 la città approva la trasformazione dell’ex maneggio in uno spazio culturale e di aggregazione autonomo. La polizia lo sgombera pochi mesi dopo, poiché autorità e autonomi non trovano un accordo sulla gestione. Per alcuni anni, i giovani occupano abusivamente alcune case in città, poi l’area della centrale del gas al Marzili. Il consiglio comunale decide di sgomberarlo, mentre l’iniziativa popolare del partito Azione nazionale (ora Democratici svizzeri) propone di abbattere la Reitschule, per farci un centro sportivo (poi bocciato in votazione). Risultato: mille persone occupano la Reitschule nell’ottobre 1987. Il braccio di ferro tra collettivo e autorità cittadina porta (nel 1993) a firmare un contratto, da gennaio 2004 viene sottoscritto il primo contratto di prestazione, rinnovato ogni 4 anni. Definisce diritti e doveri del centro, in cambio la città si assume i costi di locazione (1,5 milioni di franchi nel 2016-2019).  


C'è anche chi ci vive (foto Reitschule)

Il sociologo 

‘La Reitschule rende la politica giovanile più dinamica’  

Che cos’è realmente, dietro le quinte della Reitschule? Come mai piace tanto ai bernesi che l’hanno salvata dalle ruspe ben cinque volte in votazione negli ultimi 32 anni? «È uno spazio culturale importante, un luogo di socializzazione per i giovani e per gruppi emarginati», ci spiega Ueli Mäder, professore emerito di sociologia all’Università di Basilea. Il sociologo ha studiato a fondo questa realtà ed è coautore dello studio ‘Berner Reitschule - Ein soziologischer Blick’ condotto qualche anno fa. 

Più volte Berna ha votato per il futuro della Reitschule, i partiti di destra hanno provato a chiuderla, mobilitando di fatto una grande solidarietà cittadina attorno al centro autonomo. «I conflitti tra città e Reitschule ci sono, le posizioni sono talvolta antagoniste, ma entrambe le parti coltivano il dialogo e si sforzano di raggiungere dei compromessi su molti punti. Questo è importante», spiega il sociologo. La definisce una palestra di apprendimento, ma non solo: «Offre impieghi di qualità e un’eccellente offerta gastronomica. È anche un centro politicamente rilevante, combina cultura e politica. Trasmette preziosi impulsi per i processi di negoziazione democratica. Di fatto, rende la politica giovanile più dinamica», precisa.

Gli chiediamo come mai questi centri autonomi faticano a fiorire in altre città, come a Lugano. «La notevole dipendenza dal turismo può giocare un ruolo a Lugano, probabilmente aumenta la compulsione a proiettare un’immagine stilizzata della città».
Negli ultimi 30 anni, osserva il sociologo, il capitalismo guidato dalla finanza ha continuato a prevalere sul liberalismo politico. «Questo cambio di paradigma stimola la concorrenza e precarizza, in primo luogo, parti del lavoro salariato. In secondo luogo, i bassi salari tengono a malapena il passo con l’aumento del costo della vita. Nelle città, tuttavia, ci sono contro-movimenti rosso-verde più forti e una tradizione di difesa e in parte di espansione degli spazi sociali».  Evidentemente con delle differenze anche tra l’esperienza di Zurigo e quella di Berna. «Alla Rote Fabrik c’è chi si rammarica che il loro luogo di cultura sia diventato un po’ più commerciale della Reitschule di Berna, alla quale molte vecchie generazioni si sentono legate. Sono palestre d’apprendimento di grande valore che evitano di concedere ancora più spazio al traffico cittadino o di essere usate commercialmente», conclude.


Ueli Mäder, professore emerito di sociologia all’Università di Basilea e coautore dello studio sulla ‘Berner Reitschule – Ein soziologischer Blick’.

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