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Ticino
 

Autogestione, fra amarcord e ‘fantasmi’

Lotta sempre (Ti-Press)

Dall’autunno caldo bellinzonese alla società ideale di Locarno fino all’okkupazione di Mendrisio


C'era anche Francesco nel 2002, giusto vent'anni fa quando l'autogestione dal Maglio di Canobbio scese nelle strade di Lugano per rivendicare una nuova sede. Uno sgombero, ancora più duro, che si è ripetuto nella notte fra sabato e domenica e che porta a rivivere anche quei giorni ricchi di ideali. «Sogni che sono gli stessi di oggi, il poter gestire uno spazio in maniera autonoma, in forma assembleare» ci risponde. Un'autogestione che era soprattutto partecipazione: «E dunque con assunzione di responsabilità nei confronti dell'assemblea e nella gestione dello spazio». Necessità che si concretizzavano «nella ricerca di un luogo dove non vi era mercificazione, commercializzazione e il fine del lucro, ma dove regnasse la componente di relazione sociale, di esperienze condivise e una buona critica al sistema dominante perché fondamentalmente lo si ritiene sbagliato e finalizzato al solo profitto». Nato su basi politiche, di lotta contro il neoliberismo e contro l'affacciarsi della globalizzazione, il Molino «voleva essere anche uno spazio fisico dove quelle realtà che non avevano a disposizione luoghi per incontrarsi trovassero invece un punto di scambio, di discussione, di formulazione di proposte, un luogo dove potersi informare e documentarsi. Quindi vi era questa esigenza nell'avere uno spazio fisico. All'origine dell'occupazione dell'ex macello nel dicembre 2002 c'è soprattutto stato questo».

È possibile però vedere un parallelismo fra il 2002 e il 2021, come fu vissuta allora quella cacciata, i politici di quegli anni avevano lo stesso atteggiamento di quelli di oggi? «Quando fu ordinato quello sgombero non c'era nessun dialogo con nessuno – risponde ai nostri interrogativi Francesco –. Fu una decisione del Cantone, proprietario del fondo, di procedere allo sgombero. Nel contempo Lugano ci rifiutava e non aveva mai voluto intavolare discussioni per aver una sede autogestita sul proprio territorio. L'unica cosa che ha convinto la Città sono stati i due mesi di manifestazioni successive che spinsero per 'ragioni di pragmatismo', come poi ha detto l'ex sindaco Giorgio Giudici, a trovare una soluzione che mettessero fine alla nostra presenza sulle strade e a riconoscere un diritto per l'autogestione. Non era una propensione al dialogo ma giusto una volontà di decisione pragmatica. Alla fine, ammetteva l'ex sindaco, era meglio così...». Con Giudici c'era anche Giuliano Bignasca, fondatore della Lega, oggi acerrima nemica dell'autogestione luganese: «Fa sorridere che i paladini della legalità attuali si rifacciano al mito del Nano promotore della 'carovana della libertà', che di certo non era uno che rispettava la legge, visto che è stato processato e condannato. Fa sorridere che i suoi eredi vogliano ora porsi quale istituzione e si offendono quando sono trattati male, come peraltro loro fanno ogni domenica sul 'Mattino'».

Un Centro sociale che negli anni ha convissuto anche con 'fake news', come diremmo oggi, legate alla non volontà di pagare bollette o altro: «Mi dà l'occasione per smentire, per l'ennesima volta, che il Molino paga tutte le fatture. La decisione di non pagare l'affitto l'ha imposta Giudici e Bignasca, inoltre il Comune di Lugano riceve 50mila franchi l'anno dal Cantone per i cosiddetti disagi dell'autogestione, e forse bisognerebbe chiedere a loro cosa ne fanno di quei soldi».

Nella capitale Casa Cinzia all’ex Zoni, poi il nulla

Caldo, l’autunno autonomo del 1996 lo è stato anche a Bellinzona. Cinque mesi dopo gli scontri del Tassino a Lugano e sette giorni prima dell’invasione degli ex Molini Bernasconi di Viganello, sabato 5 ottobre il ‘Gruppo giovani pastorizzati’ occupa una vecchia villa disabitata in vicolo Von Mentlen. La voce si sparge rapidamente e quel giorno nel cuore della Turrita si conteranno 400 presenze da tutto il Ticino e una festa protrattasi fino all’alba. Destinata alla demolizione per far spazio a un nuovo stabile, Casa Cinzia nel volgere di pochi giorni – grazie anche al dialogo Municipio-proprietario – diventa un centro autogestito con attività musicali, scambi culturali e atelier artistici. Mentre la popolazione accoglie la novità con simpatia, e mentre gli squatters si danno la forma di un’associazione culturale denominata ‘Vivi erba e fiori’, l’occupazione anche dei garage induce il proprietario a sporgere querela e sollecitare lo sgombero. La mediazione del Cantone fa rientrare la crisi e ogni decisione viene rinviata al marzo 1997. Ma la tensione rimane alta e una settimana prima di Natale la polizia irrompe operando 12 fermi. Due mesi dopo entrano in azione le ruspe ma gli squatters non si danno per vinti, manifestano in piazza Governo, occupano l’ex proprietà Antognini che la polizia fa evacuare operando fermi e arresti avendo peraltro scoperto canapa e bottiglie molotov. Seguiranno altre occupazioni-lampo: dell’ex Birreria di Carasso, dell’ex bar Giardino in piazza Governo e dell’ex collegio Soave.


Quelle molotov raccontate da 'La Regione' nel 1997

Sempre per ribadire la necessità di spazi autogestiti, sempre con la polizia pronta a sgomberare e arrestare. Intanto la politica interroga, chiede spazi per i giovani, il Municipio crea la commissione giovani cui vengono sottoposte idee per centri autogestiti che siano avallati dal Municipio: viene scelta la casetta ex Zoni di proprietà comunale all’ex campo militare (oggi Parco urbano). Così nella primavera 1998 la nuova associazione Ortika viene incaricata di promuovere attività socioculturali giovanili e ‘La Casetta’ si trasforma in una fucina di idee, dibattiti, mostre, feste. Presa di mira dai vandali, viene ristrutturata dalla stessa Ortika. Nel dicembre 2002 irrompono sulla scena i ‘Folletti urbani’ che per 24 ore occupano l’ex collegio Soave e si avvicinano alla Casetta, dove nel 2003 la polizia controlla sette giovani e sequestra della canapa. L’associazione antagonista La Crisalide chiede al Municipio di poter subentrare alla Formika, che però rifiuta. È la primavera 2004 E ne nasce una battaglia a suon di petizioni, interpellanze, accuse reciproche, critiche alla Commissione giovani e un ricorso della Crisalide al governo. Il nuovo Municipio opta infine per la Crisalide, che però getta la spugna dopo pochissimi mesi. Nel giugno 2005 le subentra il gruppo ‘Giovani di Bellinzona’ formato da liceali. Nel febbraio 2006 un incendio danneggia il tetto e lo stabile per tre anni rimane nel limbo; il tetto viene riparato ma la Casetta non torna ai giovani. Si fa strada l’ipotesi di un nuovo centro comune con la Fondazione Ingrado per la cura dell’alcolismo. Ma non se ne fa nulla e la Casetta viene a sua volta demolita per far spazio al Parco urbano. Da allora la politica giovanile bellinzonese viaggia a bordo del Social Truck e l’autogestione turrita è ormai morta e sepolta.


Una fucina di idee, dibattiti, feste e mostre a Bellinzona

L’autogestione nel Locarnese come modello di società ideale

L'autogestione come modello di società ideale è una visione che nel Locarnese affonda radici cinquantennali, a partire da quel Cantiere per la gioventù che il 24 aprile del '71 apriva su una superficie pubblica fra l'imbarcadero e il Kursaal grazie alla perseveranza del Gruppo per la creazione di un centro sperimentale del tempo libero. Il “Cantiere”, che comprendeva atelier di espressione artistica per attività sociali e sportive, un padiglione per la musica, un bar installato su un albero e un grande forum multifunzionale, nasceva con la consapevolezza di avere i giorni contati (35, ovvero 5 settimane, fino al 1. giugno), ma avrebbe aperto ad altre sperimentazioni come il Baciliö – locale autogestito in Piazzetta de' Capitani, morto pochi mesi dopo a causa di una devastazione di matrice neofascista – gli spazi in via Ballerini ottenuti ad inizio anni 80 dall'Associazione giovanile tempo libero (ma che pure dureranno poco), e lo stesso Diario e/o Tazebau, poi alla base della nascita dell'odierno Palagiovani. Nel '90, dopo la nascita di vari gruppi alternativi come Elettra ed Obliquo (quest'ultimo promotore di una petizione con 1'002 firme consegnata alla città nell'89 per il riconoscimento municipale di “uno spazio culturale permanente”) faceva capolino la soluzione ex Macello, sostenuta dai gruppi Elettra, Obliquo e Spazio. Ex Macello che “Lokarno Autogestita” – dopo ulteriori iniziative esterne come il BarBon nel '96 e il Rosita subito dopo – occuperà per circa una settimana fra l'agosto e il settembre del 2004. Era il risultato di mesi di trattative infruttuose con le autorità e sfocerà in un intervento di Polizia non violento ma muscoloso, condotto con di furgoni carichi di transenne in cemento per chiudere proprio “fisicamente” ogni discorso di autogestione. Da lì germoglieranno comunque l'esperienza alle ex Scuole comunali (il Palacinema di oggi) e quelle, attualmente in corso, del Centro giovani in zona Morettina e dello Spazio Elle gestito dall'Associazione Forum socio-culturale del Locarnese. 


La Lokarno Autogestita per uno spazio culturale permanente

Anche il Mendrisiotto visse la sua okkupazione

Si può dire che ogni Distretto, in Ticino, ha avuto la sua ‘okkupazione’. Qualcuno forse ricorda la Casa rosa di Mendrisio, lì in quello che è il comparto scolastico. Ebbene in quel luogo (che oggi non c’è più), una ventina di anni fa - l’anno era il 2002, il mese novembre - anche il Mendrisiotto ha avuto il suo momento di autogestione. C’erano voluti un Fantasma (quello del Mattirolo, dal nome del ‘bandito sociale’ momò) e la voglia di autodeterminarsi di un gruppo di giovani per fare il grande salto; ed era nata così l’azione dimostrativa che aveva portato a prendere possesso degli spazi di quell’edificio, conosciuto come la Colonia, di proprietà del Cantone. Un'esperienza durata, a conti fatti, circa due anni, e terminata nel luglio del 2004, tra ultimatum (dell'autorità cantonale), schiettezza e ricerca del dialogo. Iniziato, infatti, con uno scontro, a quel tempo il confronto con le istituzioni cantonali e comunali alla fine aveva lasciato il passo all'incontro. E questa parentesi, seppur breve, aveva dimostrato che è possibile creare un centro culturale aperto e capace di conquistare pure politici e intellettuali ticinesi, e di trovare il sostegno di quasi duecento cittadini nei passaggi delicati. Certo prima gli occupanti avevano accettato di ripristinare la legalità. Poi, nata una associazione, si era arrivati persino a firmare un contratto di comodato con il Municipio di Mendrisio. Impegno, tenacia e responsabilità possono essere, quindi, le parole chiave del racconto dell’autogestione mendrisiense. Cosa è rimasto di quella ‘okkupazione’? Di sicuro la memoria dei protagonisti e di chi ha incrociato il loro cammino. Al posto della Colonia in seguito si è dato forma alla Scuola superiore per le formazioni sanitarie. Anche a Mendrisio per far posto al nuovo progetto cantonale si era dato gas alle ruspe. Ma l'esperienza si era già ormai esaurita, l'associazione sciolta, non senza un pizzico di delusione (anche da parte dell'ente locale). Eppure per un momento anche Mendrisio ha avuto un centro di scambio, un luogo di idee e di proposte culturali. Voltata pagina, il Comune si è indirizzato verso l’ex Foft e un Centro giovani. Ma questa è un’altra storia.

 


Un 'fantasma' nella voglia di autodeterminarsi

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