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Eddie Van Halen, l'ultimo salto

'Jump', 2004 (Keystone)

Da 'Jump' nel cassetto per tre anni per colpa del synth a 'Beat it' fatta 'smontare' prima di fare l'assolo. Leo Leoni: 'Innovativo, almeno quanto Hendrix'.


Nel novembre del 1955, per il viaggiatore nel tempo Marty McFly c’è un solo modo per impedire a Lorraine Baines, che trent’anni più tardi sarà sua madre, d’innamorarsi di suo figlio (e cioè di lui): far sì che Lorraine s’innamori del nerd George, quello che un giorno sarà il padre di Marty. E per convincere George a invitare Lorraine al ballo ‘Incanto sotto il mare’ al liceo di Hill Valley, in occasione del quale il giovane imbranato dovrà dichiararsi a lei, Marty approfitta del gap temporale per indossare i finti panni di Darth Vader, extraterrestre che viene “dal pianeta Vulcano”, bombardando di note le orecchie del povero George con suoni di chitarra sparati dalle cuffiette di un walkman a cassetta, oggetto futuristico in un 1955 di vinili e giradischi (oggi redivivi). Tutta questa introduzione che sa un po’ di ‘Beautiful’ (la visione di ‘Ritorno al futuro’ rende tutto molto lineare) per dire che la cassetta aliena in questione portava scritto “Van Halen”. Una decina d’anni fa, Eddie Van Halen, leggenda della chitarra spentasi lunedì al St. John’s Hospital di Santa Monica in California all’età di 65 anni, aveva confermato la veridicità dell’ex-leggenda metropolitana secondo la quale i suoni provenienti dal walkman di Michael J.Fox in quel film erano davvero quelli della sua chitarra: “La musica non era una nuova canzone, come speravano i fan, ma solamente un mucchio di suoni”.


Eddie Van Halen, 1955-2020

Il nuovo che avanza

“È incredibile quello che sono costretto a scrivere, ma mio padre Edward Lodewijk Van Halen ha perso la sua lunga e ardua battaglia contro il cancro questa mattina”. La morte di Eddie l’ha annunciata Wolfgang William detto Wolfie, figlio del chitarrista, anche bassista per la band dal 2006. È un cancro alla gola che si è portato via il padre, un male propagatosi dal collo al cervello nelle sue ultime 72 ore di vita, rendendo nulli i trattamenti cui l’artista si era sottoposto tempo fa in Germania. Di origini olandesi, nato a Nimega nel 1955, naturalizzato americano, trasferitosi nel 1962 con tutta la famiglia a Pasadena, California, Eddie Van Halen fonda l’omonima band nel 1972 insieme al fratello batterista Alex, una volta passato dal pianoforte alla chitarra all’età di dodici anni, un trascorso che qualcosa dice in termini melodico-armonici (vedi alla voce ‘Jump’).


Con David Lee Roth, 1982 (Keystone)


"Non so nulla di scale o di teorie musicali (…) Quello che so è che una chitarra rock, o blues, dovrebbe essere melodia, velocità e gusto. Ma piu' importante di ogni altra cosa è che deve trasmettere emozioni” (Eddie Van Halen, 1980)


Nel 1978, in piena era disco e punk, i Van Halen sono il nuovo hard rock che avanza al suono di un album eponimo da 10 milioni di copie vendute che include ‘Eruption’, manifesto del tapping da 1 minuto e mezzo (tapping: “Utilizzo della mano ritmica del chitarrista per suonare note direttamente sulla tastiera dello strumento”. Per i non chitarristi, più facile a vedersi che a dirsi). Nell’album, che il Rolling Stone piazza tra i primi 25 migliori esordi di sempre, convergono i demo ai quali la band aveva lavorato insieme a Gene Simmons, poi allontanatosi per impegni di lavoro coi suoi Kiss.

Cinque anni più tardi, i Van Halen moltiplicheranno per 10 i milioni dell’album d’esordio con ‘1984’ (uscito, non a caso, nel 1984), ancora per poco nella formazione che insieme a Eddie e al fratello Alex include anche il frontman David Lee Roth e Michael Antony al basso. È l’ultimo atto del quartetto prima che il cantante si tuffi in una non sempre luminosa carriera solista (‘I’m just a gigolo’...) e prima dell’arrivo di Sammy Hagar. Il nuovo corso vede al n.1 della Billboard gli album ‘5150’ (1986), ‘OU812’ (1988) e ‘For Unlawful Carnal Knowledge’ (1991), Grammy alla migliore interpretazione hard rock, quest'ultimo, conosciuto anche come ‘F.U.C.K., nel quale il chitarrista suona con un trapano elettrico la traccia n.1 ‘Poundcake’.

‘Go ahead and jump’

Van Halen ha fatto storia anche suonando le tastiere. Quelle di ‘Jump’, la cui linea di synth suonata su di un Oberheim OBX (oggetto di culto per tastieristi) risale a tre anni prima dell’uscita di ‘1984’. All’utilizzo del synth in una formazione rigorosamente rock si era opposta sin dal 1981 l’intera band, fino a che Ted Templeman, produttore di quel disco, chiede a David Lee Roth di ripensarci e di trovare un testo: il tentato suicidio di un tizio che salta da un grattacielo, visto in tv, suggerisce al cantante un “Go ahead and jump” (Vai avanti e salta) trasformabile da estrema ratio a universale invito all’amore. Tornando all’epica introduzione, a quel fat synth tanto osteggiato dai puristi, Daryl Hall del duo Hall & Oates dirà – sottolineando il non aver mai rappresentato un problema – che a Eddie Van Halen l’idea per la linea di tastiera era venuta ascoltando ‘Kiss on my lips’, brano del 1981 che ha il ribattuto pianistico tipico di alcune produzioni dei due di Philadelphia.

‘Just beat it, beat it’

L’assolo in ‘Eruption’ dapprima, quello in ‘Jump’ poi. E quello in ‘Beat it’ di Michael jackson su ‘Thriller’, tre esecuzioni che il bravo chitarrista rock deve conoscere come il bravo chitarrista jazz deve conoscere il Real Book. Pete Townshend degli Who afferma che quell’assolo, nel disco prodotto dal guru Quincy Jones, era destinato a lui: “Michael Jackson mi chiese di suonare la chitarra nel disco. Risposi che non potevo, ma chiamai Eddie e gli dissi che l’avrei raccomandato per quel lavoro. Lui fu felice, anche se mi disse che in quel momento si stava divertendo molto con le tastiere. Sono contento che poi l’abbia fatto”.

Stando alle parole di Van Halen alla Cnn nel 2012, la genesi del solo: “Prima di registrare, chiesi di fare qualche cambiamento alla struttura del pezzo. Poi improvvisai due assoli. Due erano le cose che pensavo sarebbero successe: o i bodyguard di Michael mi avrebbero sbattuto fuori dallo studio, oppure a Michael sarebbe piaciuta così. E infatti Michael disse che aveva apprezzato il fatto che io non fossi entrato in studio per fare un assolo e basta”. La storia dice anche che per quel capolavoro, Eddie non avrebbe preso un solo centesimo.

Chitarrista "più sexy della scena californiana" a metà anni Ottanta, Eddie Van Halen è stato l’Andre Agassi del rock: come gli shorts del tennista, la Frankenstrat di sua creazione, chitarra dalle tipiche strisce bianche, rosse e nere, in quegli anni era la chitarra che tutti volevano avere, o riprodurre. Oggi, quel modello – un mash-up lessicale tra ‘Frankenstein’ e ‘Stratocaster’, il tentativo di Van Halen di combinare il suono di una Gibson con quello di una Fender – identifica il chitarrista scomparso come la 'Diavoletto’ identifica Angus Young dei redivivi AC/DC, come la Les Paul Standard identifica Jimmy Page, o la Fender ‘Blackie’ identifica Eric Clapton. Esposta al National Museum of American History di Washington D.C., la Frankenstrat di Van Halen è arte. Come la sua tecnica.


Con Michael Jackson in 'Beat it', 1984 (Keystone)

Il ricordo

Leo Leoni: ’Innovativo, almeno quanto Hendrix’

“Che gran bel viaggio è stato”, twitta David Lee Roth. “Ho il cuore spezzato”, scrive Sammy Hagar. È spezzato anche il cuore di Gene Simmons e, di Kiss in Kiss, Paul Stanley è “senza parole”. David Coverdale, Whitesnake, piange la “incredibile perdita”. Sulla pagina ufficiale degli AC/DC, Angus scrive: “Eddie era una meraviglia della chitarra, pura magia. Un dono per la musica”. Townshend, Who: “Un uomo al posto giusto, felice di fare quel che ha fatto”. Def Leppard: “Ci mancherai”; Billy Idol: “Riposa in pace”. Bryan Adams: “Ci si vede”. E poi Pantera, Pearl Jam, Ozzie, Steve Vai, Brian May, Metallica. In Italia, “I get up and nothin’ lets me down”, twitta Dodi Battaglia citando ‘Jump’; cuore nero sulla pagina di Cesareo (Elio e le Storie Tese). E in Svizzera, Leo Leoni, Gotthard, a laRegione: «Perdiamo un chitarrista immenso, che ha dato tantissimo alla musica rock e non soltanto. Era un polistrumentista e il concetto è chiaro pensando che una delle grandi hit è ‘Jump’, in cui lui suona la tastiera. Si trattava di un multitalento, oltre che il chitarrista più innovativo dopo Jimi Hendrix».


'Eddie in quel momento, portando una sonorità unica, era oltre quella modernità'


Nella formazione musicale di Leo, Van Halen arriva come una piccola folgorazione: «Eravamo abituati ad ascoltare altri generi di chitarristi. Hendrix era innovativo, all’avanguardia, sempre davanti a tutti gli altri. Anni luce, vorrei dire. Ma Eddie in quel momento, portando una sonorità unica, era oltre quella modernità. O almeno quanto quella di Jimi». Ce la racconti, Leo, quella folgorazione? «Quando comparvero i Van Halen io stavo muovendo i miei primi passi nel rock. Ascoltavo Santana, Blackmore, Ten Years After. Eddie ha operato una moltiplicazione di suoni, di virtuosismo, ma con melodie sempre semplici e molto legate al blues. Linee blues molto prepotenti, nel senso buono».

Spulciando nella discografia: «Scelgo sicuramente l’esordio ma anche ‘Fair Warning’. Van Halen ha sperimentato molto, anche con il cambio di cantante ha adattato le sue sonorità, pur restando un pirotecnico. Ho amato anche ‘F.U.C.K.’. Meno quello con Gary Cherone (ex-cantante degli Extreme, in ‘Van Halen III’, 1998, ndr), che doveva essere il nuovo David Lee Roth e invece non si rivelò all’altezza. Ci metto anche la partecipazione in ‘Beat it’, naturalmente».


Leo Leoni (Keystone)

Restando alle nostre latitudini: «È proprio così. Per il rock gli anni passano». Sotto i panni del giornalista di questa testata, tra i devoti di Eddie Van Halen si annovera anche l’Andrea Manna chitarrista: «Che si suoni per professione o per diletto, Eddie Van Halen è stato un modello, il caposcuola di una tecnica straordinaria. Con lui l'uso del tapping ha raggiunto livelli straordinari. La forza di un chitarrista è proprio quella di venire riconosciuto per il suo tocco e da questo punto di vista, il suo era più che riconoscibile. Sapeva addentrarsi in qualsiasi genere lasciando un’impronta indelebile. Come sempre accade in questi casi, ci rimane la sua musica, il suo suono. E ‘Jump’ è stata la colonna sonora degli anni Ottanta, un pezzo che identifica i Van Halen».

Suonare la chitarra è anche trovare un proprio suono, attingendo da quelli dei grandi: «Il fatto che si sia costruito una chitarra da sé, oltre a essere stato endorser per altri marchi, riporta a una dimensione quasi artigianale dell’attività di chitarrista». E nell'epoca ante-digitale, per avere il suono di Van Halen facevi prima a essere Van Halen: «Sì, unito al problema più grande: la sua velocità e la sua pulizia. Magari faceva un sacco di note in una sola battuta, ma erano distinguibili, suonate con logica e musicalità». Per finire, due titoli – «Decisamente ‘1984’ e il primo album» – e un rimpianto: «Ho posseduto un amplificatore valvolare tre canali di una nota marca, realizzato sulle specifiche di Van Halen. Oggi mi pento di averlo rivenduto…».

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