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A proposito di Carosone, l’americano di Napoli

Renato Carosone (1920-2001). Nel 1959 il ritiro; nell'agosto del 1975 il ritorno

Colto, crossover, protodemenziale. La gavetta nell'Africa dell'Italia coloniale, poi l'America. Per John Turturro, 'il primo rapper di tutti i tempi'.


Ci sono un napoletano e un emiliano sopra un camion, ma non è una barzelletta. È il luglio del 1946 e i due italiani stanno fuggendo dall’Etiopia per raggiungere Asmara, la piccola Roma dell’Eritrea. Il napoletano, che proprio in Eritrea era sbarcato nove anni prima, è torturato dall’idea di trovarsi prigioniero “in una terra dove Mussolini aveva fatto in modo che gli italiani fossero solo odiati”. Il camion sul quale viaggiano, oltre a una scorta di caffè e quattro copertoni nuovi, nasconde un oggetto dal quale dipendono le sorti di entrambi. Un oggetto compromettente. Sempre che lo si impugni dalla parte corretta.

Agosto 1937. Ancora minorenne e con indosso sahariana e casco coloniale – “Vestito insomma come avrebbero fatto per l’occasione Totò e Peppino de Filippo” – il talentuoso Renato Carusone, più tardi Carosone, era sbarcato a Massaua, sempre in Eritrea, lui che non era andato mai più in là di Santa Maria Capua Vetere, provincia di Caserta. Al ristorante ‘Da Mario’ cercavano un pianista-direttore d’orchestra da aggiungersi a una più estesa compagnia di artisti e Carosone aveva reclutato un quintetto tra gli impiegati delle locali ditte di trasporti e d’edilizia. Ma i buoni propositi dei committenti si erano subito scontrati con la lingua: non con quella africana, bensì con quella settentrionale, visto che che la neonata compagnia cantava e recitava in napoletano davanti a una platea di nordici (oggi ‘padani’) pronta a chiedere il rimborso del biglietto. La compagnia si era sciolta ma l’impresario aveva offerto, a chi fosse voluto restare, un permesso di soggiorno agevolato.

Carosone aveva scelto di restare: avrebbe poi sposato Lita, ballerina di origini venezuelane e madre del primogenito Pino; avrebbe suonato ad Addis Abeba, sarebbe finito al fronte della Somalia italiana a guerra iniziata per poi tornare ad Asmara, a suonare per i militari col morale a terra e la voglia di pensare ad altro. E così fino a quel giorno di luglio del ’46, quando nella vicina Dessiè gli abissini perquisiscono il camion e mettono tutti in manette, il napoletano e l’emiliano, accusati di voler esportare il caffè e i copertoni, oggetti richiestissimi in epoca di guerra. Ancor peggio, i due trasportano quella che i militari sono certi essere una ricetrasmittente clandestina, e il passo dal musicista alla spia è breve. “Ma come si fa a confondere una fisarmonica con una ricetrasmittente!”, grida Carosone imbracciando lo strumento, caricando il mantice e producendo, invece che un fascio d’onde radio, la mazurca di Migliavacca. Il destino vuole che il capo del villaggio sia un innamorato di Duke Ellington, Cole Porter e George Gershwin; quanto basta per concedere il via libera. Non prima di avere chiesto al musicista napoletano l’autografo.


John Turturro: 'Non credo di sbagliarmi nel dire che Renato Carosone sia stato il primo rapper di tutti i tempi'


“Fu il mio primo autografo, sulla foto che staccai dalla mia patente”, scriverà nel Duemila il pianista in ‘Un americano a Napoli’ (Albatros), ribattezzato quest’anno ‘Carosone 100. Autobiografia dell’americano a Napoli’, libro ristampato in occasione dei cent’anni dalla nascita. Il volume, scritto a quattro mani col giornalista Federico Vacalebre, contiene per questa nuova edizione l’inedita prefazione di John Turturro. “Non credo di sbagliarmi nel dire che Renato Carosone sia stato il primo rapper di tutti i tempi, anche se gli americani potrebbero risentirsi”, scrive l’attore a inizio libro, incipit che fa il pari con “Ci sono posti dove vai una volta. E poi c’è Napoli”. Si apriva così, infatti, ‘Passione’, il film-documentario di Turturro sulla città di Napoli e sulla sua musica. Era l’anno Duemila e quel film, nella storia della canzone napoletana, ha un posto a fianco della ‘Piccola Enciclopedia’ di Massimo Ranieri, ottanta tracce su sei dischi, arrangiate e prodotte da Mauro Pagani, oppure, cinquant’anni prima, del ‘Napoletana’ in vinile di Roberto Murolo, dodici volumi pubblicati dal ’63 al ’65. Nel film (soggetto e sceneggiatura vedono anche qui Vacalebre) si ascoltano ‘Maruzzella’ e ‘Caravan petrol’, il tributo di Turturro a Carosone, “cardine, perno di una rivoluzione gentile, di un rinnovamento senza rotture ma non per questo meno sconvolgente”, scrive oggi l’attore del musicista, autore di “pastiglie di buonumore, perle di pianismo veloci come un mandolino, veraci come un ragù, internazionali come un marinaio”.

È l'agosto del 1946 quando Carosone scende a Brindisi di ritorno da quell’Africa dalla quale porta i suoni ivi assorbiti, da suonarsi insieme alla tradizione napoletana e allo swing dell’America sognata nei libri e al cinema. Da suonarsi nella Napoli ritrovata, profondamente cambiata, davanti ai militari americani che l’avevano liberata. Ricominciando da zero, sì, ma con la gavetta dell’avventura africana. È a questo punto, nell’Italia di Sanremo, “degli stornellatori lacrimosi e dei fazzoletti inzuppati di lacrime”, che Carosone pensa a un Trio. All’invito rispondono “un simpatico olandese”, Peter Van Wood, chitarrista-cantante più tardi astrologo, e Gegè Di Giacomo, nipote di Salvatore, uno dei padri della canzone napoletana. All’Hotel Miramare, quella mattina dell’ottobre 1949, Di Giacomo è senza batteria perché incrostata dall'aria del mare: prende un vassoio e tre bicchieri, differentemente intonati con l’aggiunta di acqua, e dimostra di saper suonare qualsiasi cosa. “Il suono che stavo cercando!”, commenta Carosone. 


'Perché ‘Blue Moon’ sì e ‘Luna rossa’ no? In fondo sempre di luna si trattava'



Col sestetto a Milano (1958)

Con la chitarra di Van Wood addobbata con lampadine intermittenti e Di Giacomo alle spazzole, ai fischietti e agli slogan (“Canta Napoli!”, vedi sotto), Carosone capisce di poter rinnovare la canzone napoletana, riproposta alla maniera di Fats Waller, Cole Porter, George Gershwin: “Perché ‘Blue Moon’ sì e ‘Luna rossa’ no? In fondo sempre di luna si trattava”. Bocciato dalla Fonit Cetra, invitato da un importante impresario svizzero a trovarsi “un mestiere serio”, è grazie al cantante Sergio Bruni (“’A voce ‘e Napule”) che nel 1950 esce il primo disco del Trio. Che diventa Sestetto al Caprice di Milano. Al repertorio s’aggiungono presto gli inediti, come ‘Maruzzella’, che è del 1955 ma ancora porta gli abiti della tradizione. Poi, l’incontro con Nisa, nome d’arte di Nicola Salerno, ex studente di pittura, caricaturista e paroliere: “Nicola venne al primo appuntamento con alcuni testi già scritti, uno dei quali mi folgorò letteralmente”, racconta Carosone. Quel testo s’intitolava ‘Tu vuo’ fa’ l’americano’. Di lì a poco, la coppia Nisa-Carosone sfornerà ‘Torero’, ‘’O sarracino’, ‘Caravan petrol’ – la cui genesi, raccontata nel libro, è uno spettacolo nello spettacolo ­­– e tutto il resto.


'Canta Napoli, Napoli petrolifera'


Come futuri Elii, i Carosoni si permettono anche di ridicolizzare la canzonetta italica, mettendo in farsa tutta la tristezza di ‘E la barca tornò sola’, Sanremo ’54, storia di tre pescatori orfani di padre che cercano di salvare una straniera che sta annegando in mezzo alla tempesta, rimettendoci le penne. Spostata su ritmi beguine, all’incipit ‘E la barca tornò sola’ Gegè Di Giacomo risponde con un protodemenziale “E a me che me ne ‘mporta?”, e la frittata è fatta. Ma più di ‘Tu vuo’ fa’ l’americano’, è ‘Torero’ con le sue decine di versioni coverizzate nel mondo fare il botto. Anche in Spagna, dove tutti sono convinti che il tizio che passeggiando per i Quartieri Spagnoli di Napoli si sente Marlon Brando sia invece l’idolo delle arene Luis Dominguin, marito di Lucia Bosè. E che ‘Torero’ non sia un concentrato d’ironia ma un tributo alla terra iberica tutta. Esattamente come gli Elio e le Storie Tese potranno permettersi di sfottere il concerto del Primo Maggio cantando ‘Complesso del Primo Maggio’ sul palco di Piazza del Popolo a Roma, allo stesso modo il Sestetto di Carosone poteva permettersi di suonare davanti all’alta borghesia messa in ridicolo nelle canzoni. Con Di Giacomo a introdurre ogni brano con il tipico “Canta Napoli”, “Napoli petrolifera” se si trattava di ‘Caravan petrol’, o “Napoli in farmacia’, se si trattava di ‘Pigliate ‘na pastiglia’, ritmico sfottò della nascente passione degli italiani per la psicanalisi.


“Ma vi ricordate quando i leghisti volevano vietare la pizza? In quei giorni avrei voluto dire: ‘Sentite a me, pigliateve ‘na pastiglia. Anzi, pigliatevene tutta la scatola, che forse guarite!”


Tanto fa il suo “pianismo anomalo” che nel 1959 Carosone sbarca negli Stati Uniti per suonare alla Carnegie Hall, primo italiano di sempre e secondo artista di musica leggera (“Devono ancora spiegarmi qual è quella pesante”) dopo Benny Goodman. E primo italiano ad esibirsi all’Ed Sullivan Show. Come spesso succede, l’America apre al resto del mondo. Perché quella di Carosone è stata ed è, a tutti gli effetti, world music. Tutto continua così, in ascesa, sino al 7 settembre del 1959, quando il pianista annuncia in diretta tv, nello sconcerto generale, il suo addio alle scene. Con Elvis, gli ‘urlatori’ e Modugno alle porte, “temevo di ritrovarmi superato da un momento all’altro, di essere costretto a inseguire le tendenze, proprio io che avevo anticipato e lanciato tante mode”, racconta nell’autobiografia. In sintesi: “Volevo scendere dalla ribalta mentre ero ancora vivo”.


'Comme te vene 'n capa e di' I love you?'

Tornerà, Renato Carosone, per campare più di Elvis, e sarà ancora agosto, 1975. Sta tutto in ‘Carosone 100’, fino alla fine. Tornerà, lasciando il suo desiderio di “vita normale” da realizzarsi nella pittura; tornerà lasciando Rota d’Imagna, paesino di mezza montagna a mezz’ora da Pontida, il posto che un giorno avrebbe ospitato i raduni di quella Lega che non gli era mai andata giù: “Ma vi ricordate – scriverà nel Duemila – quando i leghisti volevano vietare la pizza? In quei giorni avrei voluto dire: ‘Sentite a me, pigliateve ‘na pastiglia. Anzi, pigliatevene tutta la scatola, che forse guarite!”.

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